BLOG, PAROLE SCRITTE
Nessun Commento Una sera di fine aprile
Una sera di fine aprile. Il vento spinge sulle persiane e sibila tra gli infissi. L’aria è più che fresca e sembra che il cielo voglia opporre un’ultima resistenza alla bella stagione, quasi provasse nostalgia del freddo di marzo e delle ultime pioggie. Due pentole: una alta e stretta, l’altra larga e bassa. Riempio la prima con acqua, aromi, una carota, un sedano e un cucchiaio abbondante di dado in polvere. Lascio arrivare gradualmente a ebollizione. Mi infilo le cuffie e cerco nella libreria una brano adatto: qualcosa tipo electronic ambient. Sul ripiano ho disposto il tagliere. Riduco i due cipollotti bianchi in piccoli cubetti inoffensivi. Denudo due spicchi d’aglio e li incido a metà. Due giri d’olio d’oliva nell’altra pentola e poi dentro le due vittime del mio coltello e una porzione generosa di burro. Mentre la cipolla inizia a passire scolo l’acqua di ammollo dei funghi, li resuscito con un’abbondante doccia di acqua corrente e verso un bicchiere di Verdicchio nella pentola. E’ il momento del riso: Carnaroli, senza esitazione. I chicchi amidosi si mescolano con la cipolla, si imbrattono d’olio e burro fuso, formano grumi che il cucchiaio di legno dal manico lungo impietosamente separa. Dall’altra pentola travaso due mestolate di brodo. Leggo l’ora sul grosso orologio analogico posto a fianco della cappa. Devo calcolare diciassette minuti. Il fuoco è al massimo, all’inizio. Il sugo biancastro tende ad asciugarsi velocemente nei primi minuti. Prorompenti eruzioni che fanno pensare alla superficie di un piccolo satellite gioviano scosso nel suo intimo da geotermìe inconfessabili. Pongo attenzione che chicchi anarchici non si attacchino tra loro e con il fondo della pentola. Brodo e cucchiaio di legno: ecco la tecnica. Poi abbasso la fiamma e i tellurismi si attenuano. I funghi, tagliati con sottile precisione e voluta noncuranza, vengono sospinti nella padella dove immediatamente abbracciano voluttuosi il riso. Adesso si tratta di attendere, rabboccare i liquidi e massaggiare i chicchi con movimenti costanti e sensuali. Al quindicesimo minuto assaggio il composto, addensato e cremoso, imbrunito e saporito, per regolare di sale. Due minuti più tardi spengo la fiamma e dedico qualche decina di secondi alla mantecatura. Una piccola spruzzata di pepe nero e coriandolo e di Parmigiano completano l’opera. Verso il Barolo decantato nel bicchiere, mi sfilo gli auricolari, e mi siedo a tavola. Chiudo gli occhi e non sono più solo.

Pioggia. Ancora pioggia. Tuoni echeggiano in lontananza, oltre la cima dei tralicci delle linee elettriche che solcano la periferia cittadina. Il motore è spento e l’auto immobile nel parcheggio deserto. L’acqua ammanta i vetri, sfoca il cemento e i lampioni, ticchetta incessantemente sul tetto lanciando impenetrabili messaggi. L’orologio mi ricorda con spietatezza ciò che ancora mi rimane da fare. La giornata si è già consumata, vorace, metà delle proprie ore. Tengo le mani sul volante, lo stringo e chiudo gli occhi. Tutto questo non mi è nuovo. L’acqua che ruscella tra i marciapiedi, il rumore della pioggia, quei strani profumi che il temporale posta con sé, la voglia di mettere la faccia fuori dal finestrino e la rabbia per questo tempo. E’ la stessa scenografia di quel giorno di tanti anni fa, quando restammo per parecchi minuti sotto un cielo incostante e temporalesco cercando di convincere noi stessi che era tutto finito. Gli abiti ci si erano incollati addosso e la condensa dei nostri respiri creava strani mulinelli davanti agli occhi prima di dissolversi tra una goccia e l’altra. Io facevo un passo avanti e tu uno indietro. Scuotevi la testa e piccole ghirlande d’acqua si staccavano dai tuoi capelli. Alzai lo sguardo al cielo, ma qualunque cosa mi aspettassi, o sperassi, di scorgere aveva deciso di celarsi alla mia vista. Non ci rivedremo, mi dicesti prima di aprire lo sportello della tua auto e ripararti al suo interno.
Immagine scontata per un titolo che non lo è affatto (ripreso da un articolo de l’Unità). Confesso che ieri, nel pensare al post odierno, immaginavo una headline più fresca ed incoraggiante perchè – proprio come per il 25 Aprile – ci sono momenti in cui lamentarsi e momenti in cui reagire. E però… Però l’ottimismo non deve diventare un telo di lino che ci si posiziona davanti agli occhi: opaco, ma non a sufficienza per impedire di far intravedere forme ed ombre. La realtà è che, finalmente, sì!, decenni di immobilismo politico e sindacale sembrano ormai avere segnato – forzatamente – il passo. Ma ormai è altrettanto vero che il lavoro, quello vero, valorizzato, retribuito, non vessato, non esiste più. Sono precari coloro che hanno contratti a termine rinnovati, con angoscia, di volta in volta. E sono precari coloro con contratti a tempo indeterminato, esposti a tutte le intemperie che si possono immaginare. Sono venuti a mancare i circoli, le connessioni, le protezioni, i protezionismi e le sovvenzioni, le banche non finanziano più nulla: ed ecco che, improvvisamente, anche gli imprenditori si scoprono precari.