La perfezione dell’hamburger
Buongiorno signorina Letizia,
mi presento: mi chiamo Carlo e sono ovviamente la persona che ha scritto e ha lasciato questa breve lettera accuratamente piegata nella busta che ora lei ha appena aperto. Lo so, lei non si chiama Letizia, ma dovevo pure trovare un nome con cui chiamarla: non potevo sempre riferirmi a lei, nei miei pensieri, come alla “signorina dell’insalata”. Sì, insalata, perchè da quando l’ho notata per la prima volta a pranzo, qui da Leone, stava mangiando un’insalata. E sappiamo entrambi che lei ordina sempre lo stesso tipo di insalata, tutti i giorni, sia che piova, che ci sia il sole o un vento freddo che spazza i marciapiedi. D’altraparte la capisco bene. I primi giorni avevo scelto questo piccolo ristorante all’angolo perchè è vicino all’ufficio e durante la mia pausa non ho voglia di fare troppa strada a piedi. Si tratta di una questione di comodità, capisce? Ma poi ho scoperto che il grosso cuoco dietro il bancone è un vero maestro nel preparare le poche pietanze che ha deciso di inserire nel suo menu. Mi sono bastati pochi pranzi per compiere la mia scelta: il mio piatto irrinunciabile è l’hamburger à la Leone. Che a ben vedere non sembrerebbe aver alcunché di eccezionale: carne cotta alla piastra, pane abbrustolito, qualche patata e foglie di lattuga di contorno. Ma non appena si addenta questo etto, o poco più, di carne perfettamente dorata all’esterno e rosea e sana dentro il sapore si fonde in perfetta armonia con il pane e le patate (e guai a rovinare la poesia del suo sugo con del ketchup o della maionese!) e non vi sono più dubbi: si tratta del miglior hamburger che si possa assaporare in questo scorcio di città. E forse dell’intera metropoli. Sono certo che, alla stessa maniera, lei abbia avuto modo di gustare le insalate proposte in quattro varianti e abbia alla fine scelto una di esse eleggendola a suo piatto preferito. Dal posto in cui io mi siedo sempre, il tavolino metallico proprio accanto alla piccola vetrina, non riesco a vedere bene la sua insalata. Sarà la Primavera, con solo del pomodoro e mozzarella, oppure la Saracena, con legumi e mais, o la Cesare, con pezzi di pollo e crostini? Certo che se dovesse essere propio quest’ultima sarebbe quantomeno singolare: insalata Cesare servita da Leone… Curioso, non trova anche lei?
Sto divagando? Me ne scuso. Cerco allora di riprendere il filo del discorso. Le ho già scritto di chiamarmi Carlo. Lavoro al secondo piano di quella palazzina gialla a mezzo isolato di distanza dal nostro ristorante. (Sì, nostro perchè nelle ultime cinque settimane né io né lei abbiamo saltato un solo hamburger o una sola insalata). Se anche lei usa la metropolitana ci passerà senz’altro davanti tutti i giorni, la mattina e la sera. Al secondo piano, dicevo, ci sono gli uffici dell’azienda per la quale lavoro da ormai cinque anni: Hoffmann. La conosce, vero? Pubblica il principale catalogo di vendita per corrispondenza di biancheria femminile. Proprio il mese scorso ha acquistato un’intera pagina pubblicitaria sul quotidiano cittadino. Insomma il mio lavoro non è certo di quelli importanti: non dirigo il settore finanziario, non pianifico le campagne pubblicitarie e nemmeno mi occupo del gruppo di giovani stilisti che disegnano tutti i nostri reggiseni. Più semplicemente scrivo gli auguri di buon compleanno. Aspetti! Non ha capito bene, lo so. Adesso le spiego meglio. Vede, il nostro catalogo è distribuito in cinque lingue praticamente in tutta Europa. Abbiamo perciò clienti in molti paesi; c’è chi compra solo un coordinato di pizzo rosso per Natale e chi acquista regolarmente per tutta la famiglia, nonne e nipotine comprese. Capirà quindi che abbiamo moltissime clienti. (Detto incidentalmente: questo è un fatto che fa piacere a tutti noi dipendenti). L’azienda si impegna sempre in una serie di iniziative per fidelizzare le nostri clienti: buoni sconto, offerte riservate, campioni omaggio, auguri di compleanno. Ebbene io mi occupo proprio di questo: ogni giorno estraggo dai nostri elenchi dell’amministrazione i nomi di chi compie gli anni e invio loro gli auguri di Hoffmann. Il nostro reparto marketing mi ha fornito quattro o cinque modelli di lettera, da utilizzare a seconda se dobbiamo scrivere ad una giovane ragazza tedesca oppure ad una matura signora greca. Però io, di mia iniziativa, cerco sempre di personalizzarle un poco. Non so, un saluto leggermente differente, oppure una riga in più in cui auguro ogni bene. Ho così l’impressione di dare il mio piccolo contributo alla felicità di quelle persone. Chissà! Magari anche lei è una nostra cliente e ha ricevuto quest’anno gli auguri di buon compleanno. Ecco, se le fosse successo per davvero ora lei sa che sono stato io a mandarle quella busta. Certo, una busta più pregiata di quella che contiene questa mia lettera: azzurrina, confezionata con una carta piacevole da tenere in mano, e con il logo dorato dell’azienda in alto a destra. Io mi posso permettere solo un semplice foglio bianco e un’altrettanto anonima busta senza decorazioni. Ma quello che conta è il contenuto, giusto?
A questo punto probabilmente si sta chiedendo il motivo per cui le ho scritto questa lettera. La risposta più onesta che le posso dare è che fino ad oggi non ho trovato il coraggio di alzarmi dalla mia sedia e coprire la brevissima distanza che ogni giorno ci separa all’interno del locale di Leone. Da parecchi giorni ormai sto pensando di interrompere il suo pranzo, di scusarmi per per l’improvvisa invasione del suo spazio privato, di sedermi accanto a lei e di presentarmi. Lo penso, ma non riesco a concretizzare questa semplice sequenza di azioni. Sono timido, lo avrà compreso. Se non lo fossi, se avessi maggiore confidenza in me stesso, non sarebbe stato necessario scrivere questa lettera. Vorrei portarmi accanto al suo tavolo, dicevo, e raccontarle di tutte le giornate che ho trascorso nell’attesa della pausa, del momento in cui poter uscire dall’ufficio e di sedermi nel ristorante, nell’angolo, e attendere che lei arrivi (di solito pochi minuti dopo di me) e ordini la sua insalata. Vorrei raccontarle di come osservando i suoi gesti – l’uso della forchetta, il telefono che regge con una mano sola, talvolta i brevi appunti che scrive su un piccolo taccuino nero – io abbia cercato di capire meglio la sua essenza. Vorrei spiegarle che la sua semplice presenza, tutti i giorni, a pochi metri da me, mi infonde una inspiegabile serenità interiore e allo stesso tempo un fremito. No, non un’inquietudine. E’ più come la sensazione che si prova a passare il palmo della mano sulla pelle sensibile. Piacevole e difficile da sopportare a lungo. Per essere precisi: non intendo affermare che io non la sopporto. E’ il brivido che si fa sempre più intenso e alla fine si deve trattenere il respiro.
Voglio che lei non si allarmi. Non sono un molestatore. Non deve temere di consumare la sua insalata da Leone. Mi è stato sufficiente confessare questa mia segreta passione. Non pretendo nemmeno che lei mostri di avermi riconosciuto, alla prossima pausa pranzo, o che volga semplicemente lo sguardo verso di me. Io mi nutrirò della sua presenza, che ormai mi è indispensabile quanto il piatto del nostro cuoco. E sogno che un giorno, chissà, lei possa stancarsi di essere un’altra anima sola in questa nostra grande città e voglia vincere la sua riservatezza chiedendomi di farle compagnia al suo tavolo.
con rispetto, Carlo