{Davide}

la vita scorre rapida davanti ai miei occhi

La perfezione dell’hamburger

Buongiorno signorina Letizia,
mi presento: mi chiamo Carlo e sono ovviamente la persona che ha scritto e ha lasciato questa breve lettera accuratamente piegata nella busta che ora lei ha appena aperto. Lo so, lei non si chiama Letizia, ma dovevo pure trovare un nome con cui chiamarla: non potevo sempre riferirmi a lei, nei miei pensieri, come alla “signorina dell’insalata”. Sì, insalata, perchè da quando l’ho notata per la prima volta a pranzo, qui da
Leone, stava mangiando un’insalata. E sappiamo entrambi che lei ordina sempre lo stesso tipo di insalata, tutti i giorni, sia che piova, che ci sia il sole o un vento freddo che spazza i marciapiedi. D’altraparte la capisco bene. I primi giorni avevo scelto questo piccolo ristorante all’angolo perchè è vicino all’ufficio e durante la mia pausa non ho voglia di fare troppa strada a piedi. Si tratta di una questione di comodità, capisce? Ma poi ho scoperto che il grosso cuoco dietro il bancone è un vero maestro nel preparare le poche pietanze che ha deciso di inserire nel suo menu. Mi sono bastati pochi pranzi per compiere la mia scelta: il mio piatto irrinunciabile è l’hamburger à la Leone. Che a ben vedere non sembrerebbe aver alcunché di eccezionale: carne cotta alla piastra, pane abbrustolito, qualche patata e foglie di lattuga di contorno. Ma non appena si addenta questo etto, o poco più, di carne perfettamente dorata all’esterno e rosea e sana dentro il sapore si fonde in perfetta armonia con il pane e le patate (e guai a rovinare la poesia del suo sugo con del ketchup o della maionese!) e non vi sono più dubbi: si tratta del miglior hamburger che si possa assaporare in questo scorcio di città. E forse dell’intera metropoli. Sono certo che, alla stessa maniera, lei abbia avuto modo di gustare le insalate proposte in quattro varianti e abbia alla fine scelto una di esse eleggendola a suo piatto preferito. Dal posto in cui io mi siedo sempre, il tavolino metallico proprio accanto alla piccola vetrina, non riesco a vedere bene la sua insalata. Sarà la Primavera, con solo del pomodoro e mozzarella, oppure la Saracena, con legumi e mais, o la Cesare, con pezzi di pollo e crostini? Certo che se dovesse essere propio quest’ultima sarebbe quantomeno singolare: insalata Cesare servita da Leone… Curioso, non trova anche lei?
Sto divagando? Me ne scuso. Cerco allora di riprendere il filo del discorso. Le ho già scritto di chiamarmi Carlo. Lavoro al secondo piano di quella palazzina gialla a mezzo isolato di distanza dal nostro ristorante. (Sì,
nostro perchè nelle ultime cinque settimane né io né lei abbiamo saltato un solo hamburger o una sola insalata). Se anche lei usa la metropolitana ci passerà senz’altro davanti tutti i giorni, la mattina e la sera. Al secondo piano, dicevo, ci sono gli uffici dell’azienda per la quale lavoro da ormai cinque anni: Hoffmann. La conosce, vero? Pubblica il principale catalogo di vendita per corrispondenza di biancheria femminile. Proprio il mese scorso ha acquistato un’intera pagina pubblicitaria sul quotidiano cittadino. Insomma il mio lavoro non è certo di quelli importanti: non dirigo il settore finanziario, non pianifico le campagne pubblicitarie e nemmeno mi occupo del gruppo di giovani stilisti che disegnano tutti i nostri reggiseni. Più semplicemente scrivo gli auguri di buon compleanno. Aspetti! Non ha capito bene, lo so. Adesso le spiego meglio. Vede, il nostro catalogo è distribuito in cinque lingue praticamente in tutta Europa. Abbiamo perciò clienti in molti paesi; c’è chi compra solo un coordinato di pizzo rosso per Natale e chi acquista regolarmente per tutta la famiglia, nonne e nipotine comprese. Capirà quindi che abbiamo moltissime clienti. (Detto incidentalmente: questo è un fatto che fa piacere a tutti noi dipendenti). L’azienda si impegna sempre in una serie di iniziative per fidelizzare le nostri clienti: buoni sconto, offerte riservate, campioni omaggio, auguri di compleanno. Ebbene io mi occupo proprio di questo: ogni giorno estraggo dai nostri elenchi dell’amministrazione i nomi di chi compie gli anni e invio loro gli auguri di Hoffmann. Il nostro reparto marketing mi ha fornito quattro o cinque modelli di lettera, da utilizzare a seconda se dobbiamo scrivere ad una giovane ragazza tedesca oppure ad una matura signora greca. Però io, di mia iniziativa, cerco sempre di personalizzarle un poco. Non so, un saluto leggermente differente, oppure una riga in più in cui auguro ogni bene. Ho così l’impressione di dare il mio piccolo contributo alla felicità di quelle persone. Chissà! Magari anche lei è una nostra cliente e ha ricevuto quest’anno gli auguri di buon compleanno. Ecco, se le fosse successo per davvero ora lei sa che sono stato io a mandarle quella busta. Certo, una busta più pregiata di quella che contiene questa mia lettera: azzurrina, confezionata con una carta piacevole da tenere in mano, e con il logo dorato dell’azienda in alto a destra. Io mi posso permettere solo un semplice foglio bianco e un’altrettanto anonima busta senza decorazioni. Ma quello che conta è il contenuto, giusto?
A questo punto probabilmente si sta chiedendo il motivo per cui le ho scritto questa lettera. La risposta più onesta che le posso dare è che fino ad oggi non ho trovato il coraggio di alzarmi dalla mia sedia e coprire la brevissima distanza che ogni giorno ci separa all’interno del locale di
Leone. Da parecchi giorni ormai sto pensando di interrompere il suo pranzo, di scusarmi per per l’improvvisa invasione del suo spazio privato, di sedermi accanto a lei e di presentarmi. Lo penso, ma non riesco a concretizzare questa semplice sequenza di azioni. Sono timido, lo avrà compreso. Se non lo fossi, se avessi maggiore confidenza in me stesso, non sarebbe stato necessario scrivere questa lettera. Vorrei portarmi accanto al suo tavolo, dicevo, e raccontarle di tutte le giornate che ho trascorso nell’attesa della pausa, del momento in cui poter uscire dall’ufficio e di sedermi nel ristorante, nell’angolo, e attendere che lei arrivi (di solito pochi minuti dopo di me) e ordini la sua insalata. Vorrei raccontarle di come osservando i suoi gesti – l’uso della forchetta, il telefono che regge con una mano sola, talvolta i brevi appunti che scrive su un piccolo taccuino nero – io abbia cercato di capire meglio la sua essenza. Vorrei spiegarle che la sua semplice presenza, tutti i giorni, a pochi metri da me, mi infonde una inspiegabile serenità interiore e allo stesso tempo un fremito. No, non un’inquietudine. E’ più come la sensazione che si prova a passare il palmo della mano sulla pelle sensibile. Piacevole e  difficile da sopportare a lungo. Per essere precisi: non intendo affermare che io non la sopporto. E’ il brivido che si fa sempre più intenso e alla fine si deve trattenere il respiro.
Voglio che lei non si allarmi. Non sono un molestatore. Non deve temere di consumare la sua insalata da Leone. Mi è stato sufficiente confessare questa mia segreta passione. Non pretendo nemmeno che lei mostri di avermi riconosciuto, alla prossima pausa pranzo, o che volga semplicemente lo sguardo verso di me. Io mi nutrirò della sua presenza, che ormai mi è indispensabile quanto il piatto del nostro cuoco. E sogno che un giorno, chissà, lei possa stancarsi di essere un’altra anima sola in questa nostra grande città e voglia vincere la sua riservatezza chiedendomi di farle compagnia al suo tavolo.

con rispetto, Carlo

Eravamo distanti

Eravamo distanti, nelle menti e nei corpi,
e poi ci siamo trovati; occhi impazienti
e bocche avide hanno ricamato strane e
nuove rime nei cieli.

Il cielo è ormai chiaro oltre la finestra

Il cielo è ormai chiaro
oltre la finestra.
Dove andrai oggi?
Porterai con te
le parole di stanotte?
La luce, gli spazi
tra il cuscino e la parete:
un’impronta sul mio corpo.
Stringimi forte,
gli occhi chiusi,
non sogneremo ancora assieme.
Chissà se ci ricorderemo
della musica che ieri sera
saliva dalle strade.
Il cielo è ormai chiaro
oltre la finestra.

Greetings from Hyde Park

Il momento infine è arrivato. Sono trascorsi alcuni anni dal mio ultimo concerto di Springsteen e quasi altrettanto tempo da quando ho visto in video una sua performance live. La sua musica è in perenne rotazione nei mei lettori ma, più o meno inconsciamente, ho sempre voluto trattenere nella memoria le immagini dei miei palchi. Tutti, certo, ma sopratutto quello di Torino, al vecchio stadio comunale, nel settembre del 1988.
Ma, si sa, prima o poi dobbiamo guardare in faccia la realtà. E la realtà ci dice che sono passati quasi quarant’anni da quando, nel maggio del 1974, il giovane giornalista (e futuro producer) Jon Landau vide il “futuro del rock” esibirsi come supporter di Bonnie Raitt. Così mi sono chiesto che cosa avrei visto – e sentito – io, oggi, aprendo la confezione della registrazione del concerto londinese a Hyde Park dell’anno scorso.
Titoli di testa, in sottofondo gli applausi e gli incoraggiamenti del pubblico in attesa. Poi la E Street Band prende posto; la regia non fa in tempo a inquadrare i musicisti, come mi ero aspettato, che le chitarre attaccano London Calling:

The ice age is coming, the sun is zooming in
Meltdown expected, the wheat is growing thin
Engines stop running, but I have no fear
Cause London is drowning and I,
I live by the river

I Clash, nientemeno!
La voce di Bruce deve ancora scaldarsi e Miami Steve non conosce le parole. Osservo la band. Ripenso ai miei palchi, a gente più giovane, impigliata in un sacco di cavi perchè non c’erano impianti wireless, a maniche corte e muscoli in evidenza, a baschi neri, a brezze serali che spazzano le prime file di noi spettatori ammassati contro le transenne. Adesso a tenere in mano microfoni e strumenti ci sono dei sesantenni. E mi ricordo di un recente concerto dei Rolling Stones: il terrore mi assale. Ma dura poco. Perchè è immediato l’attacco di Badlands. Nils Lofgren sorride sempre con la sua faccia da guascone; Clarence Clemons ha il suo sgabello ed è circondato dai suoi strumenti, da vero Big Man; Roy Bittan fa volare le dita sulle tastiere; la simpatica Soozie Tyrell accompagna con il suo violino alla destra del palco; Max Weinberg è quello che al momento sembra essere invecchiato meno e divertirsi di più mentre picchia sulla batteria; Charlie Giordano prende il posto di Danni Federici (e farà vedere il suo primo sorriso solo durante American Land); Garry Tallent sta un po’ defilato, dalla parte opposta dei due coristi: la straordinaria Cindy Mizelle e Curtis King.
E da lì, tutto è in discesa.

Posso dire di conoscerti?

Posso dire di conoscerti
ora che ho bevuto dalle tue labbra?
Ah, quanto sapere bramo ancora!

E poi la notte

Dolce la sera
profumata di te.
E poi la notte.

La realtà

Quando guardi un film tutto sembra semplice. E quando nei hai guardati centinaia ti capita di credere di sapere ormai tutto ciò che devi sapere. Sarà una passeggiata, pensi. La realtà – te ne accorgi quasi subito – è molto differente. L’arma, per cominciare. Una pistola carica pesa e ti riempe la mano. Se non sei abituato dopo un poco il polso e l’avambraccio sono doloranti. Di tenerla puntata con due mani a braccia tese per più di qualche secondo, poi, neanche a parlarne. Inoltre, scopri di non sapere come prendere bene la mira. Sei destro: chiudi l’occhio sinistro e cerchi di allineare la vista con le tacche e il mirino. Ma a differenza di quanto ti aspetti i cerchi dipinti di trizio sono enormi. A pochi metri la pistola appare più grossa della testa di un uomo. Come diavolo si fa a mirare un punto preciso? E ancora: ci provi lo stesso, miri e spari. L’arma quasi ti salta via dalla mano e inevitabilmente perdi la mira. Nei film puoi sparare un intero caricatore, quindici cartucce, e mantenere una rosata ristretta. Nella realtà, alla tua prima volta, sei così disorientato che non sai nemmeno dove è finito il primo colpo. Sì, perchè mentre nei film si può puntare nella generica direzione del bersaglio, nella realtà fai un’altra scoperta: il proiettile calibro nove è appena più grande della caccola che puoi estrarti dal tuo naso. Pochi millimetri di lega metallica che seguono una traiettoria balistica tendenzialmente rettilinea per il primo tratto. Se non trova il tuo bersaglio si perde nell’aria o in un muro. Non è come nei videogiochi dove i colpi sembrano larghi mezzo metro e in qualunque direzione si spari finiscono sempre per colpire qualcuno. Insomma, non è affatto semplice. E poi ti accorgi di un’altra cosa: se i tuoi primi colpi ti sono sembrati difficilissimi, quelli successivi che devi sparare mentre stai correndo sono quasi impossibili. E con un ultimo orrore comprendi che a vuotare un caricatore ci vuole davvero poco, ma per sostituirlo ci vuole il suo tempo e devi averne uno di riserva. E nel frattempo rimani indifeso, con l’arma dal carrello aperto e fumante. E infine: quando sei colpito non fai scenografiche piroette in aria, non cadi tenendoti la ferita compressa con le mani, non ansimi sudato ma lucido. Piuttosto senti un dolore indescrivibile e se sei fortunato perdi subito coscienza. Il tuo corpo si affloscia all’istante, ovunque ti trovi. Magari il tuo cuore batte ancora per qualche secondo ma tu stai già affogando nel tuo stesso sangue che sta riempiendo i polmoni.
(Nessun titolo di coda.)

Pezze di cielo

Il vento si è alzato
dalle corolle degli anemoni
a gonfiarti l’abito bianco
ondeggiante nel pomeriggio boschivo
fissato su una vecchia polaroid.
Quando ti sei girata
un ciuffo nero di capelli
ti è rimasto in bocca
senza smorzare il tuo sorriso.
La mia armonica ha sparso
schegge colorate nell’aria
mentre una nube bronzea
percorre le pezze di cielo
tra le cime dei pini.

Luglio

Luglio. Un climatizzatore portatile, sistemato proprio accanto alla mia scrivania, allevia la canicola opprimente e debilitante. Guardo lo schermo. Dovrebbe mostrare la mia homepage. E invece: Error establishing a database connection. Bevo un succo di frutta e mi infilo le cuffie. Devo sopravvivere ad un’altra giornata in cui non riuscirò a scrivere come si deve. Spero che Woody Guthrie mi auti.

Il compilatore di post

Da tre settimane lavoro solo su bozze. La mia dashboard ne è piena e fatico a completare i lavori. Leggo poesia per ispirarmi, studio documentazione tecnica quando l’argomento lo richiede e riempio pagine su pagine del mio taccuino nero. Scrivo frasi e paragrafi, che poi riscrivo insoddisfatto; ne inverto l’ordine; cambio aggettivi e verbi. Talvolta il testo funziona abbastanza bene sin dalla prima stesura, molte altre volte è un’accozzaglia di parole banali e frasi farraginose. E allora  lo faccio entrare in un frullatore mentale da dove esce completamente stravolto. E non necessariamente migliore.
Ieri ho deciso di dedicarmi ad una porzione particolarmente impegnativa di una storia che sto portando avanti da parecchi giorni. Ho voluto immedesimarmi nel ruolo di scribacchino, di compilatore di post, e così mi sono seduto di fronte alla tastiera del mio computer con un piatto di Camembert e cetrioli in salamoia e una bottiglia di ottima birra belga. In sottofondo Johnny 99 e Open All Night. Niente da fare: prosa arruginita e parole che andavano ciascuna per conto proprio. Ho provato a cambiare musica, ma nemmeno quello ha funzionato. Chissà se un buon film possa indurmi maggiore limpidezza nei miei pensieri, mi sono detto. Ho acceso quindi la televisione e su un canale dedicato al cinema ho trovato Ecce Bombo. Ciò che trent’anni fa avevo trovato geniale oggi mi induce solo fastidio. Alla fine rinuncio.
Sto scrivendo queste poche righe sul mio taccuino, mentre nei vagoni vecchi, luridi e decadenti delle linee suburbane milanesi si diffonde un penetrante odore di scamorza affumicata. E non voglio sapere da dove viene!