17 apr, 2011 - PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

I rinoceronti volanti

Mio adorato fratellone, un poco mi vergogno per i brevi pensieri che riesco a dedicarti durante questo volo. Avevo immaginato che le lunghe ore sarebbero trascorse più velocemente se ti avessi raccontato i miei ultimi giorni, pieni di eventi e di paure. Invece io e i miei compagni abbiamo sofferto tutti il mal d’aria durante la prima parte del viaggio e alcuni di noi hanno vomitato. Se fosse successo durante un normale viaggio di trasferimento probabilmente ci sarebbero state le solite risate di scherno e le battute salaci a cui ormai mi sono abituato. Ma, come puoi immaginare, non c’è stato nulla di tutto ciò. Io stesso a lungo ho tenuto lo sguardo fisso sulle nude centine del velivolo cercando di allontanare l’attenzione dal pranzo che tentava di risalire verso la bocca, sospinto da turbolenze inusuali. Per fortuna da quando abbiamo lasciato le scure acque del mare e ci siamo addentrati in profondità sulla terraferma salendo di quota soltanto qualche leggero scossone ha percosso il nostro rinoceronte volante. Ho potuto quindi recuperare il mio piccolo taccuino nero dall’interno della giubba e finalmente iniziare a scrivere qualche parola. Vorrei poter chiudere gli occhi e per il tempo rimanente del volo afferrarmi a ricordi piacevoli. Il the forte e i biscotti al burro di nostra madre, ad esempio, serviti durante le riunioni settimanali di famiglia; o le visite da zia Bess, che ci faceva accomodare sul suo grosso sofà rosso e ci raccontava dei suoi amici poeti e pittori, perennemente affamati ma felici, che erano rimasti a New York e ogni tanto le scrivevano infilando nella busta qualche fotografia; o gli inutili sforzi di sàba Ariel che ha tentato di insegnarci a giocare a scacchi, come suo padre aveva fatto con lui e il padre di suo padre ancora prima, e che comunque non si arrabbiava mai quando sbagliavamo un’apertura; o, ancora, i miei primi pomeriggi al cinema con Rivka, quando non riuscivo ad articolare una frase intera senza che la timidezza mi togliesse il fiato. Di certo qualche mio compagno in questo momento è preso da pensieri più terribili. Anche Avi, forse la persona che conosco meglio nella Sayeret, mi ha solo guardato negli occhi per un istante al momento dell’imbarco e poi è rimasto fino ad adesso in silenzio stringendo il suo fucile. Non mi sento in colpa. Nell’ultimo anno ho imparato che ciascuno di noi, sebbene sia muova nel mondo esterno all’unisono, seguendo regole, programmi ed addestramenti, in realtà è racchiuso nel proprio universo privato. Ognuno è spinto dalla propria motivazione. Io ne ho cercate tante, ma alla fine tutto si riduce a quella tua telefonata, nello scorso marzo, quando mi hai salutato per l’ultima volta prima di recarti al tuo lavoro al Savoy. Quando ho preso la mia decisione nostro padre mi ha detto allora che non lo stavo facendo per te, perchè non potevo più fare nulla per te – nessuno poteva più fare nulla – ma che lo stavo facendo per me, per incanalare e dare sfogo alla mia rabbia. Nostro padre, lo sai, ha spesso ragione. E l’aveva anche quella volta. Ma oggi posso dire che lo sto facendo anche per tutte quelle persone che, sebbene non ci stiano attendendo, sanno che non verranno abbandonate. In questo momento io non ho certezze. Non so se, una volta sbarcato nella calda aria africana e terminato il mio lavoro, riuscirò a tornare a bordo del nostro Karnaf e se vi ritroverò tutti i miei compagni. Al momento a confortarmi, nel caso dovessero essere le ultime righe che ti scrivo, c’è il ricordo del nostro ultimo giorno, del tuo faccione sorridente e della tua mano che passavi sulla mia testa a scompigliarmi i capelli. Ora ti saluto, carissimo Yoni. Il colonnello ci ha fatto un cenno e con un sorriso feroce ci ha informati: benvenuti a Entebbe!

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