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Nessun Commento Implacabile
Implacabile come il tuono in una giornata screziata di fulmini, arriva la tua telefonata. Ogni volta è un sussulto, una sorpresa dal gusto amaro come le goccie dell’anestesia del dentista che sono spillate dall’ago premuto sulla gengiva e raccolte in fondo alla bocca. Mi chiedi, anzi mi ordini, di venire a prenderti all’uscita del tuo ufficio: quel palazzone sulle cui vetrate si riflettono le nubi della periferia e nel quale non si entra senza una tessera di plastica come la tua, prova tangibile dell’appartenenza alla tribù dei piùcazzuticonsulentidaziendadelmondo. Dovrei essere duro, ma sono solo stanco, colto alla sprovvista e del tutto impreparato. Non riesco a mandarti a fare in culo e tu ovviamente non ti aspetti nulla di meno. La tua voce è sbrigativa come una cassiera di supermercato che sta dando il resto all’ultimo cliente del giorno. Vuoi mangiare pesce, stasera. Non colgo nemmeno il nome del ristorante, è sicuro che non lo conosco; d’altra parte non frequento tutti quei locali dove la tua tribù cena, o prende l’aperitivo, o ordina costosi millesimati, o si ritrova dopo il teatro e il cinema o dei quali comunque vi scambiate biglietti da visita e indirizzi. Dal numero di posti in cui mi hai trascinato negli ultimi due anni sembrerebbe che in ufficio non facciate altro. Ovunque ci sediamo il maître o il cameriere – e più spesso entrambi – ti sorridono e ti salutano lasciando intendere una frequentazione abituale e indugiano sul mio volto solo un istante, giusto il tempo per rendersi conto che nella coppia assortita che costituiamo sporadicamente il maschio alfa è in realtà la femmina. Trovi naturale che per tutta la durata della cena, esattamente come sta succedendo anche stasera, il giovane dalla giacca bianca e lisa graviti permanentemente attorno al nostro tavolo, che ti chieda ogni cinque minuti se tutto è di tuo gradimento, che ti riempia il bicchiere del vino chinandosi lievemente per avere una chiara visione delle piene rotondità che emergono dall’ampia scollatura e che mi sottragga il piatto senza preoccuparsi di verificare se io abbia terminato di mangiare quella semplicissima sogliola al sale cotta al forno che pagheremo come una paillard di balena. Non dico nulla e mi odio per questo. Tu lo sai, ma fa parte del tuo esercizio quotidiano, l’umiliazione, e la dominazione ferormonica. Se dipendesse da me ti trascinerei nel parcheggio di questo pretenzioso ristorante, ricoperto di ghiaia fine nemmeno fosse un giardino zen giapponese nel quale grosse berline parcheggiate alla rinfusa fungono da rocce simboliche, e ti allungherei un sonoro schiaffo, incurante degli sguardi divertiti degli sguatteri che si affacciano dalla porta esterna delle cucine. Invece, è ovvio, sopporto in silenzio anche il caffè. Poi finalmente ti alzi e ti dirigi verso l’uscita, lasciando che la tua carta venga strisciata con un gesto libidinoso dal maître. Sto trattendendo il fiato, me ne accorgo. E anche tu, mentre prendi dalle mani della guardarobiera il tuo soprabito. Sorridi: è questo il tuo momento. Il momento in cui decidi se le poche decine di grammi di pesce che hai piluccato meritano un’intera notte di riposo indisturbato, da sola nel tuo letto, o se questo amalgama di proteine e grassi improbabilmente nocivo debba essere annichilito immediatamente con un paio di ore di sesso. Possibilmente non autoprodotto. Possibilmente con me, è il mio incontrollabile pensiero. Ti desidero. E mi odio. Sempre.