Sfogliando "PAROLE SCRITTE"
19 feb 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Mi ricordo

Di quel giorno ho molti ricordi.
Mi ricordo una stella,
riservata quanto basta,
appena all’imbrunire del cielo.
Mi ricordo la porta di legno
graffiata dal gatto e dagli anni.
Mi ricordo l’odore
di cera e di miele e di zenzero
dei canovacci sul ripiano della cucina.
Mi ricordo gli schiocchi della vecchia sedia,
quella che tu non hai mai voluto dare via.
Mi ricordo quel vecchio nastro
che riavvolgevi all’infinito
per ascoltare la voce di Lucio.
Di quel giorno ho molti ricordi,
compreso quello della tua schiena
che scendeva veloce le scale
da cui non sei mai più risalita.

4 feb 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Fiocchi di neve

Fiocchi di neve turbinano come pensieri incapaci di addensarsi.
Uno scorcio di luna tra nubi indecise e gravide
e la neve che ingrigisce e avvizzisce piano.
Nella vasca, appena il naso e gli occhi fuori dall’acqua tiepida.
Oltre la parete Aznavour canta sommessamente.

24 gen 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

L’Impermanenza delle cose

La brina su campi consumati oltre il vetro gelato.
La ragazza che dorme con il capo lievemente reclinato.
Parole stanche che percorrono la carrozza.
Il treno che arranca tra due stazioni.
Che sia l’impermanenza delle cose a mantenere viva la speranza?

19 gen 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Il pomeriggio si dilata nell’attesa

Il pomeriggio si dilata nell’attesa
e pigre nubi macchiano il cielo quasi immobile.
Un treno dopo l’altro, innumerevoli carrozze,
porte automatiche senza fine.
Da nessuna di esse emerge il tuo viso,
i tuoi capelli color ocra, i tuoi occhi attenti.
Improvvisamente non mi sento più nella giusta posizione:
mi sembra di volgere il desiderio verso zone irraggiungibili.
E il ricordo di te svanisce lentamente,
come un panorama attraverso un parabrezza colmo di pioggia.

Guardo

Guardo. Il buio ormai sceso sopra la strada già accecata dalla nebbia. L’umidità condensata sul palo che regge il cartello di divieto di sosta. Attendo. Brividi e mani che aggiustano pesanti sciarpe di lana. Una voce, una radio, lontana, la musica che salta da una melodia all’altra. La finestra. Aperta, come speravo. Riflessi tremolanti di uno schermo televisivo. Attendo ancora. La tua figura, malcelata dalle tende sottili, che si muove assecondando ritmi sconosciuti. Un portone si apre, cigolando invisibile, e poi si richiude. Rubo le tue forme, il profilo della tua schiena, il pallore del tuo petto e l’oscurità dei tuoi capelli. Soffro. Panciute gocce d’acqua iniziano a martellare il selciato. Respiro, piano. Ti fermi e sembra che volgi lo sguardo verso la strada, verso il muro lattiginoso. Verso di me. Mi sto solo illudendo. Alzo il viso e lascio che venga molestato dalla pioggia.

La prima carrozza

L’uomo seduto accanto a me si agita sul suo sedile. Non riesce a stare fermo e continua a guardare fuori dal finestrino. C’è poco da guardare: il treno cigola in galleria sotto le crepe di una città inaridita. Passano due stazioni e lui quasi schiaccia il naso sul vetro ricurvo ed appannato per cercare di leggere i cartelli con i nomi delle fermate. All’ultima, mentre il treno rallenta accanto alla banchina, si alza e si porta accanto alle porte automatiche. Esse si aprono e lui si sporge, tenendosi saldo ad un corrimano, quasi avesse paura che il treno riparta senza di lui. Dalla folla sbuca una donna, castana e dal sorriso caldo e confortante. Lo abbraccia e lo rimprovera: non dovevi essere sulla prima carrozza?

12 dic 2011 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Implacabile

Implacabile come il tuono in una giornata screziata di fulmini, arriva la tua telefonata. Ogni volta è un sussulto, una sorpresa dal gusto amaro come le goccie dell’anestesia del dentista che sono spillate dall’ago premuto sulla gengiva e raccolte in fondo alla bocca. Mi chiedi, anzi mi ordini, di venire a prenderti all’uscita del tuo ufficio: quel palazzone sulle cui vetrate si riflettono le nubi della periferia e nel quale non si entra senza una tessera di plastica come la tua, prova tangibile dell’appartenenza alla tribù dei piùcazzuticonsulentidaziendadelmondo. Dovrei essere duro, ma sono solo stanco, colto alla sprovvista e del tutto impreparato. Non riesco a mandarti a fare in culo e tu ovviamente non ti aspetti nulla di meno. La tua voce è sbrigativa come una cassiera di supermercato che sta dando il resto all’ultimo cliente del giorno. Vuoi mangiare pesce, stasera. Non colgo nemmeno il nome del ristorante, è sicuro che non lo conosco; d’altra parte non frequento tutti quei locali dove la tua tribù cena, o prende l’aperitivo, o ordina costosi millesimati, o si ritrova dopo il teatro e il cinema o dei quali comunque vi scambiate biglietti da visita e indirizzi. Dal numero di posti in cui mi hai trascinato negli ultimi due anni sembrerebbe che in ufficio non facciate altro. Ovunque ci sediamo il maître o il cameriere – e più spesso entrambi – ti sorridono e ti salutano lasciando intendere una frequentazione abituale e indugiano sul mio volto solo un istante, giusto il tempo per rendersi conto che nella coppia assortita che costituiamo sporadicamente il maschio alfa è in realtà la femmina. Trovi naturale che per tutta la durata della cena, esattamente come sta succedendo anche stasera, il giovane dalla giacca bianca e lisa graviti permanentemente attorno al nostro tavolo, che ti chieda ogni cinque minuti se tutto è di tuo gradimento, che ti riempia il bicchiere del vino chinandosi lievemente per avere una chiara visione delle piene rotondità che emergono dall’ampia scollatura e che mi sottragga il piatto senza preoccuparsi di verificare se io abbia terminato di mangiare quella semplicissima sogliola al sale cotta al forno che pagheremo come una paillard di balena. Non dico nulla e mi odio per questo. Tu lo sai, ma fa parte del tuo esercizio quotidiano, l’umiliazione, e la dominazione ferormonica. Se dipendesse da me ti trascinerei nel parcheggio di questo pretenzioso ristorante, ricoperto di ghiaia fine nemmeno fosse un giardino zen giapponese nel quale grosse berline parcheggiate alla rinfusa fungono da rocce simboliche, e ti allungherei un sonoro schiaffo, incurante degli sguardi divertiti degli sguatteri che si affacciano dalla porta esterna delle cucine. Invece, è ovvio, sopporto in silenzio anche il caffè. Poi finalmente ti alzi e ti dirigi verso l’uscita, lasciando che la tua carta venga strisciata con un gesto libidinoso dal maître. Sto trattendendo il fiato, me ne accorgo. E anche tu, mentre prendi dalle mani della guardarobiera il tuo soprabito. Sorridi: è questo il tuo momento. Il momento in cui decidi se le poche decine di grammi di pesce che hai piluccato meritano un’intera notte di riposo indisturbato, da sola nel tuo letto, o se questo amalgama di proteine e grassi improbabilmente nocivo debba essere annichilito immediatamente con un paio di ore di sesso. Possibilmente non autoprodotto. Possibilmente con me, è il mio incontrollabile pensiero. Ti desidero. E mi odio. Sempre.

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