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Nessun Commento Un anno dopo
Sedili sbrecciati e odore di urina. Al passaggio lento nelle stazioni di paese sfilano accanto ai binari i grossi e recenti caseggiati, tinti con colori tenui. Osservo le cucine illuminate, quelle con le piccole luci sulle cappe aspiranti e quelle dalle grosse e calde luci gialle. Vedo singole persone e famiglie che si preparano, che consumano veloci colazioni, raramente leggono un giornale. Tanti piccoli rifugi, tante piccole e calde tane dove le mini tribù familiari si rifugiano al termine di una lunga giornata in ufficio, in fabbrica, a scuola. Bozzoli rassicuranti dove poter consumare pasti e cene, raccogliersi attorno allo schermo televisivo, totemico e piatto, dove potersi addormentare al sicuro e lasciare che gli incubi peggiori affiorino di notte tra le pieghe del subconscio. Il treno accelera e questi archetipi di vita quotidiana sfrecciano via, sempre più indietro e sempre più lontano. La pioggia, sottile e nebulizzata, crea un velo che sfoca i campi e gli ammassi di capanni industriali. Abbassa la risoluzione del paesaggio e mi risparmia la vista dettagliata dei binari, della sporcizia ai lati delle strade,dei muri imbrattati, dei mezzi pubblici affollati di studenti e lavoratori e dai vetri appannati, della galleria in cui il treno si tuffa per percorrere l’intera città scansando radici, tubature, scarichi e cantine colme di vecchie biciclette e armadi tarlati.