In maniera del tutto inaspettata il risveglio è piacevole. Gli occhi normalmente cisposi e a mezz’asta delle cinqueequarantacinque sono invece vispi ed attenti e si godono l’effetto sfocatura del getto della doccia. L’acqua scorre, mi riscalda la pelle e le membra e mi metterei pure a canticchiare, se ne fossi in grado, al riparo della tenda vinilica stampata con motivi floreali. A. solleva le sopraciglia in maniera molto vulcaniana quando le sfreccio accanto, nudo e roseo, investendola con una pioggia di goccioline che si fermano sul suo mantello dorato. Non si alza: sa già che la mattina prima di uscire non ho l’abitudine di dropparle un biscottino. E invece la sorprendo con un’intera fetta di pane americano, quadrato e morbido, che compro appositamente per trattenere il contenuto di sandwich succosi o per supporto a sfacciati strati di Nutella. Da ottima golden-paracula-retriever si pone immediatamente nella posizione “facciamo contento il padrone di casa”: seduta, con la coda che spazza il pavimento piastrellato e la bocca aperta in quell’imitazione del sorriso che la natura ha donato alla sua razza. Si merita una grattata sotto il mento. Recupero la gavetta di plastica atossica dal frigo (lattuga, mozzarella, tonno), le chiavi di casa, il portafoglio e il laynard con tutte le chiavi usb e torno in bagno per la barba. Riesco a non graffiarmi facendo vagare sul viso la lama in maniera scriteriata, perso nei miei pensieri positivi. Sento che sarà un’ottima giornata. Mi vesto; nell’ordine: slip, calze, t-shirt nera, polo antracite, pantaloni larghi con enormi tasche sulle coscie, vecchio paia di Nike scolorite, felpa nera con cappuccio. Controllo che la mia borsa a tracolla sia in ordine e che contenga tutto ciò che mi serve. Richiudo piano la porta di casa alle mie spalle. Il cielo è azzurrissimo e la luce mattutina scatena una breve e sana miosi pupillare. L’aria è fresca, frizza sulla pelle del viso appena spalmata con il balsamo e il cielo è appena increspato dal cupo rombo di un bimotore ancora a bassa quota, appena decollato. Mi sembra di intravedere la livrea biancazzurra della Koninklijke Luchtvaart Maatschappij. Accendo il telefono, attendo i vari messaggi di benvenuto, faccio scorrere la punta dell’indice sullo schermo per comporre il glifo di sblocco e vi collego gli auricolari. Bang! La musica di Massimo Priviero parte con una chitarra, poi le percussioni e subito a seguire la sua voce. Il rock filtra nel cervello, allaga le sinapsi, trasuda lungo la colonna vertebrale, nutre l’immaginazione, sostiene e sprona come molecole di alcaloidi mutanti. La passeggiata verso la stazione è ritmata e passando accanto ai cumuli di macerie dell’ex fabbrica di latticini, ora demolita e non ancora sgombrata, mi viene voglia di correre in cima a quell’ammasso di pietre, mattoni e terra, sdraiarmici sopra e trascorrere la giornata a contare le nubi. Invece dalla banchina salgo su uno di quei nuovissimi treni blu e panna, a due piani, pieni di curve sinuose, declivi e scale leggere, dai sedili anatomici e dalle vivide luci. La cover di “Eve of Destruction” manda lampi dietro i miei occhi mentre estraggo il libro di Lucia Etxebarria. Attorno a me le solite faccie delle sette meno qualche minuto. La signora affetta da paraplegia che tutte le mattina è assistita da un pensionato reclutato nei servizi sociali: lei continua a parlare, di lavoro, figli, di spesa, del costo della vita, e il vecchietto non pronuncia altro che ripetuti “Si, certo, ovvio…” mentre spinge la carrozzina lungo la rampa laterale e poi tramite la pedana sulla vettura. Il controllore che ha appena smontato da un turno, oppure che deve ancora prendere servizio, sempre assopito sul medesimo sedile nella carrozza motrice, la testa calva appoggiata al vetro del finestrino e le grosse e folte sopraciglia nere che fremono: probabilmente sta sognando. Il gruppetto di studenti delle medie, dagli zaini enormi e ricoperti di scritte fatte con evidenziatori colorati, che parlano a voce alta e danno libero sfogo agli ormoni adolescenziali. Il giovane manager, o forse praticante presso uno studio notarile, impeccabile nel suo abito blu e cravatta grigia che tiene la cartelletta portadocumenti di pelle sulle ginocchia da cui esce il cavo bianco delle cuffie dell’iPod. E infine Minnie. Minnie siede sempre sul ponte superiore, si sfila la sua corta giacchetta color panna e la ripiega accuratamente sulle gambe. Tutte le mattine impiega il viaggio verso la sua destinazione assorta nella consultazione di uno spesso fascio di fogli, riempiti con tabelle di cui non ho mai compreso l’origine. Di tanto in tanto scosta gli arruffati capelli incerti tra il biondo e il castano. Poi si toglie per un istante gli occhiali dalle lenti rettangolari e dalla montatura blu elettrica, molto sensuali, si stropiccia gli occhi e li infila nuovamente. Più di una volta l’ho vista indossare una maglioncino verde con la faccia di Minnie ricamata in piccolo sul petto. Stamattina non è impegnata con le sue tabelle. Sfoglia invece un piccolo album porta fotografie, di quelli economici dalla copertina morbida; si sofferma su alcune di esse e sorride. E’ luminosa. E’ innamorata, immagino. Splende di quell’aura tipica di chi ha dimenticato le colonne di numeri per nutrirsi simbioticamente dell’amore per un’altra persona. Sorrido anche io. Siamo tutti felici oggi. Lascio il treno alla mia fermata, decine di metri sotto una Milano indescrivibile. Salgo a due a due i gradini delle quattro lunghe rampe che portano all’aria aperta e mi trovo di fronte gli scheletri dei due grattacieli, se così li possiamo chiamare, che fanno parte della riqualificazione urbana della zona. Il solito lavoratore immigrato mi allunga una copia di free press e sorride. Sì, decisamente oggi è una bella giornata.