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12 dic 2011 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Implacabile

Implacabile come il tuono in una giornata screziata di fulmini, arriva la tua telefonata. Ogni volta è un sussulto, una sorpresa dal gusto amaro come le goccie dell’anestesia del dentista che sono spillate dall’ago premuto sulla gengiva e raccolte in fondo alla bocca. Mi chiedi, anzi mi ordini, di venire a prenderti all’uscita del tuo ufficio: quel palazzone sulle cui vetrate si riflettono le nubi della periferia e nel quale non si entra senza una tessera di plastica come la tua, prova tangibile dell’appartenenza alla tribù dei piùcazzuticonsulentidaziendadelmondo. Dovrei essere duro, ma sono solo stanco, colto alla sprovvista e del tutto impreparato. Non riesco a mandarti a fare in culo e tu ovviamente non ti aspetti nulla di meno. La tua voce è sbrigativa come una cassiera di supermercato che sta dando il resto all’ultimo cliente del giorno. Vuoi mangiare pesce, stasera. Non colgo nemmeno il nome del ristorante, è sicuro che non lo conosco; d’altra parte non frequento tutti quei locali dove la tua tribù cena, o prende l’aperitivo, o ordina costosi millesimati, o si ritrova dopo il teatro e il cinema o dei quali comunque vi scambiate biglietti da visita e indirizzi. Dal numero di posti in cui mi hai trascinato negli ultimi due anni sembrerebbe che in ufficio non facciate altro. Ovunque ci sediamo il maître o il cameriere – e più spesso entrambi – ti sorridono e ti salutano lasciando intendere una frequentazione abituale e indugiano sul mio volto solo un istante, giusto il tempo per rendersi conto che nella coppia assortita che costituiamo sporadicamente il maschio alfa è in realtà la femmina. Trovi naturale che per tutta la durata della cena, esattamente come sta succedendo anche stasera, il giovane dalla giacca bianca e lisa graviti permanentemente attorno al nostro tavolo, che ti chieda ogni cinque minuti se tutto è di tuo gradimento, che ti riempia il bicchiere del vino chinandosi lievemente per avere una chiara visione delle piene rotondità che emergono dall’ampia scollatura e che mi sottragga il piatto senza preoccuparsi di verificare se io abbia terminato di mangiare quella semplicissima sogliola al sale cotta al forno che pagheremo come una paillard di balena. Non dico nulla e mi odio per questo. Tu lo sai, ma fa parte del tuo esercizio quotidiano, l’umiliazione, e la dominazione ferormonica. Se dipendesse da me ti trascinerei nel parcheggio di questo pretenzioso ristorante, ricoperto di ghiaia fine nemmeno fosse un giardino zen giapponese nel quale grosse berline parcheggiate alla rinfusa fungono da rocce simboliche, e ti allungherei un sonoro schiaffo, incurante degli sguardi divertiti degli sguatteri che si affacciano dalla porta esterna delle cucine. Invece, è ovvio, sopporto in silenzio anche il caffè. Poi finalmente ti alzi e ti dirigi verso l’uscita, lasciando che la tua carta venga strisciata con un gesto libidinoso dal maître. Sto trattendendo il fiato, me ne accorgo. E anche tu, mentre prendi dalle mani della guardarobiera il tuo soprabito. Sorridi: è questo il tuo momento. Il momento in cui decidi se le poche decine di grammi di pesce che hai piluccato meritano un’intera notte di riposo indisturbato, da sola nel tuo letto, o se questo amalgama di proteine e grassi improbabilmente nocivo debba essere annichilito immediatamente con un paio di ore di sesso. Possibilmente non autoprodotto. Possibilmente con me, è il mio incontrollabile pensiero. Ti desidero. E mi odio. Sempre.

13 feb 2011 - PAROLE SCRITTE, VITA    2 Commenti

L’ultimo giorno

Ho dodici anni, o forse undici. Le spalle scottate dal sole mi bruciano più intensamente di sera. La lunga doccia appena tiepida allevia un poco il fastidio sulla pelle e subito mi infilo i pantaloni buoni, quelli di cotone bianco, e la maglia color salmone. Mi guardo allo specchio e sono soddisfatto. Corro fuori, volto l’angolo della corta stradina e raggiungo il muretto del lungomare, quello che separa l’ampia fetta di sabbia dai camminamenti asfaltati. Sophie è lì, come aveva promesso. Per l’ultima volta la vedo attorcigliarsi le ciocche di capelli neri attorno alle dita, lo sguardo saettante tra il mare e il cielo. Domani torna in Belgio e oggi pomeriggio i suoi genitori hanno riconsegnato la sdraio al deposito del bagno 125. Il pensiero di questo momento mi terrorizza da alcuni giorni. Immaginavo di trovarmi da solo con lei e non essere capace di esprimere nessuno dei profondi sentimenti che mi annodavano lo stomaco. E invece tutto è molto più semplice: la mia testa è vuota e nemmeno uno dei pensieri che credevo sarei stato in grado di articolare si condensa in una sequenza intelleggibile di parole. Ci avviamo al solito bar, quello affollato di pomeriggio per via del banco delle granite e del calcetto e la sera per le coppe di gelato dai diciannove gusti e l’accensione di un cabinato che divora gettoni da cento lire. Anche lei parla poco. Non conosce l’italiano e si è stancata di farsi capire a gesti. E per me, in quel momento, il francese è un’affascinante quanto incomprensibile lingua esotica. Vorrei prenderle la mano, ma ovviamente non lo faccio. La guardo mentre sorseggia la cocacola dal bicchiere colorato. Il suo sguardo è sereno. Io non so a cosa sta pensando. Mentre torniamo in albergo dice qualcosa, all’improvviso, indicando il cielo, verso il manto di stelle offuscate dalle forti luci che salgono da ogni via della riviera. L’accompagno fino all’ascensore, dove lei mi saluta con un cenno della mano e un sorriso. Mi sono sempre chiesto cosa abbia detto quella sera, a proposito del cielo e delle stelle.

[Ho pubblicato una foto di Sophie in L'Orizzonte degli Eventi]

27 gen 2011 - BLOG, VITA    Nessun Commento

Dichiarazione d’amore

Amo il libro che sto tenendo in mano, così come ho amato tutti – o quasi – quelli che lo hanno preceduto. Amo la sovracopertina lucida e le pagine di un bianco sporco. Lo amerei pure se vi fosse un cartone ruvido a raccogliere fogli mal stampati, se il lavoro di legatoria fosse approssimativo e il titolo sulla costa ormai sbiadito. Ho amato tutti i miei libri, ai quali ho fatto orecchie agli angoli delle pagine; pagine che ho maltrattato, talvolta involontariamente strappato o macchiato di confettura di mirtilli o fichi. Amo far scorrere il polpastrello e aprire i fogli come petali di un fiore prezioso e ammirarli come le bianche cosce di una ragazza sorridente. Amo riallacciare vecchie storie di amore ritrovando un compagno di gioventù in uno scaffale impolvertao o sul fondo di una scatola dimenticata da tempo. Amo abbandonare i libri che mi fanno arrabbiare. Li esilio in cima al ripiano o li nascondo dietro improbabili volumi di cucina regionale. Li ho anche scagliati contro una parete che incolpevole ha sopportato il mio sfogo. Ma poi sono anche capace di perdonare: mi riaccosto agli emarginati, faccio loro sentire di nuovo il calore delle mie mani, dimentico le loro colpe e percorro tutte le righe sino all’ultima pagina. Ma sono più le volte che loro hanno perdonato me.

29 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    2 Commenti

Johnny C.

Non essere triste, so che ormai è finita. La vita va avanti e questo vecchio mondo continuerà a girare su sè stesso. Dobbiamo invece essere felici di aver avuto del tempo da trascorrere assieme. Non c’è bisogno di guardare i ponti che stiamo bruciando. Lascia giacere la tua testa sul mio cuscino e stringi il tuo tenero e caldo corpo al mio. Ascolta le goccie di pioggia che sussurrano dolcemente alla finestra. E lasciami credere che mi stai amando ancora una volta, in nome dei bei tempi. Me ne farò una ragione: tu troverai un’altra persona. Ma io sarò qui se tu dovessi scoprire di aver bisogno ancora di me. No, non dire  domani o per sempre, ci sarà abbastanza tempo per essere tristi quando te ne andrai.

17 mag 2010 - LETTURE    1 Commento

Tortuga

Immagina di essere un giovane portoghese imbarcato come nostromo su una nave spagnola in navigazione nelle calde acque tropicali. All’improvviso il tuo natante è assaltato dai pirati che, tra urla e gesti osceni, sgozzano o gettano ai pesci tutti i tuoi compagni per razziare quanto c’è di valore a bordo. Ti salvi poichè il destino vuole che i Fratelli della Costa siano a corto di nostromi. Quindi sei libero di scegliere: ti arruoli volontario oppure, sempre volontariamente, diventi lo spuntino pomeridiano degli squali che si aggirano sotto le chiglie attirati dal sangue. Ti arruoli, ovviamente. Da questo momento, da vittima, diventi uno dei predatori del capitano Laurens de Graaf, meglio noto come Lorencillo. Nei prossimi mesi sperimenterai le più atroci violenze, la delicata diplomazia dei Caraibi, l’ebbrezza di solcare il mare. E inaspettati amori. Sempre sperando, è ovvio, che nessuno venga a conoscenza del tuo piccolo segreto.

TORTUGA di Valerio Evangelisti

16 mag 2010 - PAROLE SCRITTE, VITA    1 Commento

Combattiamo o ci arrendiamo?

Mia cara, non voglio nemmeno provare a descrivere l’amore. Cosa ne scaturirebbe se non una inutile sequenza di parole, di pensieri già scaduti, di pallide ombre di immagini potenti? Riconosciamolo, suvvia!, che questa passione ci ha afferrato, ci avvolge con i suoi viticci, e penetra con le sue radici a fondo nel terreno. Cerca di soffocarci con la sua chioma di foglie e ci stringe in un abbraccio morbido. Ne siamo spaventati.  E talvolta usiamo le parole come diserbanti. Crediamo di poter eliminare solo i rami secchi e contorti, le erbaccie, i parassiti che infestano il tronco. E invece uccidiamo, prosciughiamo, spezziamo. Eppure tutto questo verde ha memoria. Si volge costantemente verso la luce, la anela; fa ombra, ma ne rifugge. A fatica si rialza, riallunga i suoi tentacoli, si rifiuta di arrendersi. Mia cara: combattiamo o ci arrendiamo?

13 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    5 Commenti

Non ti ho mai dimenticato

“Non ti ho mai dimenticato.”

Lo dice cercando di tirare un sorriso sincero. Io guardo quel corpo sottile, pallido, affondato sotto leggeri teli verdi nella stanza d’ospedale. Lo guardo e mi chiedo cosa ci faccio qui.

Mentre cerco qualcosa da dire sua madre mi allunga una foto. Si vede un portico, delle sedie di vimini, un angolo di cielo e le facce di due adolescenti. La mia è riconoscibile: stessi capelli chiari, senza un preciso taglio o forma, il naso grosso e gli occhi verdi. Quella della ragazza solletica leggeri bagliori nelle memorie di dieci anni prima che si smorzano subito nell’oscurità. Guardo la donna adagiata supina accanto a me: ha la medesima piccola voglia scura appena sotto l’occhio destro. Cosa ci faccio qui?

Quando due sere fa una piccola signora di mezza età, rotondetta, dalla chioma completamente ingrigita, si è presentata alla mia porta avevo appena finito di litigare al telefono. Cresci, mi fa lei. Stronza, ho replicato. Alla donna alla porta ho chiesto: testimone di geova? avon? marxisti-leninisti italiani? Scuote la testa sopresa. No: sono la mamma di Lisetta. Ah. Dieci secondi di silenzio. Lisetta, ripete lei. Faccio cenno di sì con la testa. Venti secondi di silenzio. Sai, è in ospedale, sta male, molto male. Davvero? Mi spiace. Ci tiene davvero tanto a rivederti. Non ti abbiamo mai dimenticato, conclude con lo stesso sguardo affettuoso di una nonna che accarezza la testa dei nipotini.

Sua madre dice: ti ricordi? era ferragosto e abbiamo preparato una grigliata in giardino; papà ha scattato molte foto, le abbiamo tenute tutti questi anni. “Non è vero” sospira il corpo. “Quando abbiamo traslocato abbiamo perso parecchi album con le fotografie di quando ero ragazzina.” Volge i suoi occhi scurissimi su di me. “Ma quella l’ho sempre tenuta con me.”

Ti prego, mi fa la donna alla porta. D’accordo, dico. Allora mercoledì. Sì, mercoledì. Le stanno spuntando delle lacrime. Allunga una mano, mi sfiora la guancia e dice: grazie.

Quando arrivo al reparto sua madre sta terminando di parlare con un medico, attorniato da un paio di infermiere e da un piccolo nugolo di studenti allampanati indossanti camici lindi dalle cui tasche spuntano con studiata noncuranza gli auricolari dei fonendi. La donna dice qualcosa sottovoce al dottore. Lui si volta verso di me e improvvisamente mette una sua mano sulla mia spalla. Sono terribilmente dispiaciuto, mi sussurra compito: qualche settimana, forse meno. Poi si allontana, seguito dal suo branco di adepti e dalle infermiere sbuffanti.

“Mi terresti la mano?” Mi scuoto e dico: certo. Le prendo la mano sinistra, quella che sbuca da sotto i teli dalla mia parte del letto. Cerco di fare piano, ho paura che il venflon inserito sul dorso le faccia male. Riesce a stringermela. Non ha molta forza ma sembra che stia concentrando tutte le sue poche energie in quel gesto.  “Ti prego, perdona mia madre. Le avevo detto di telefonarti, prima. Di non andare a casa tua. Chissà cosa avrai pensato.” Ma no, dico, ha fatto bene. “Fino a non molto tempo fa sognavo di rimettermi, di guarire e di venire io stessa a trovarti. Immaginavo di bussare alla tua porta e di vedere quanto tempo avresti impiegato a riconoscermi.” Una smorfia di dolore interrompe le sue parole. “Fa un caldo insopportabile.” Chiude gli occhi per fare due profondi respiri. Con l’altra mano scosta i teli che la ricoprono fino al collo. Si scopre. Quel magro corpo è nudo, la pelle pallida ha striature di grigio. Un drenaggio proveniente da ancora più sotto gli passa sulle costole in rilievo, fissato con nastro dermatologico tra i seni raggrinziti dal dimagrimento e poi si tuffa verso una sacca fissata alla sponda metallica del letto dalla parte della finestra.

Sua madre si preoccupa di risistemare i teli. Vorresti del succo? le chiede. L’involucro che è sua figlia fa un breve cenno. Torno subito, mi dice la signora, e poi esce. Cosa ci faccio qui?

Il corpo nel letto attende che la porta della camera si chiuda. “Tu non ti ricordi, non è vero?” La sua domanda mi colpisce forte. Avrebbe dovuto farmela subito. No, meglio: io avrei dovuto essere sincero con sua madre quando ha suonato il mio campanello. Lisetta? Sono spiacente, signora, non mi ricordo. Ha una foto in cui siamo insieme? Sì, beh, sono passati dieci anni. Eravamo per caso compagni di scuola? Frequentavamo lo stesso oratorio?

“Sì, tu non ti ricordi.” E’ un’affermazione, ora. “Ma non importa. Sei l’unica persona che volevo rivedere prima… prima di…” Pausa. Cerco freneticamente delle parole. Che so? Tipo: ma no, dai, vedrai che i medici, loro, insomma, ci sono delle cure, non lasciarti andare, devi resistere. Non dico nulla. Sono un coglione. Cosa ci faccio qui?

“Sono una scema, vero?” Tenta di sorridere. “Mi ero innamorata di te, avevo sedici anni, e adesso eccomi qui, stesa in un letto da cui non mi alzerò più, a imbarazzare una persona che è stata talmente buona a venire a salutare una sconosciuta moribonda.” Ecco, faccio io, era il minimo… Insomma, dovevo venire… “Sai che cosa ho sognato stanotte?” fa lei. “Che tu arrivavi qui, con il fazzoletto rosso sulla testa, e che mi rapivi come allora per portarmi nel tuo covo per fare di me la tua sposa…”

Esplosione. Luce bianca. Accecante. Poi si attenua. Lungo mare romagnolo, quasi al confine con le Marche. Cielo azzuro, mare blu e verde. Visione dai colori ipersaturi. Due ragazzi, una Vespa bianca con tracce di ruggine mal trattata, e la corta via centrale  di quel paesino senza nome. Io e Luca. I due milanesi. Ci chiamavano così. E la “compagnia”: un’accozzaglia di una decina di adolescenti da luoghi dimenticati. Tra di loro: un paio di meridionali villosi e incapaci di infilare tre parole di italiano in fila, la sorellina minore e petulante di un simpatico studente modenese, quattro o cinque sfigati da altrettante parti d’Italia, una ragazza secca e timida, bersaglio delle cattiverie degli altri, e infine Annalisa. Annalisa: quella più sveglia, quella che leggeva Sartre, quella che aveva mollato una sberla a uno dei due terroni che si era offerto ghignando di spalmarle la crema solare sul culo, quella che preferiva bigiare il gelato delle quattro al “Tropicana” per supplicare i due milanesi di portarla con loro. Annalisa che aveva tentato di violare il rifugio segreto mio e di Luca: una palafitta di cemento abbandonata, che una volta era stato un chiosco per bibite sul mare, collegato alla spiaggia  mediante una passerella di legno ormai crollata. Annalisa che non si era incazzata quando le abbiamo detto: qui  le femmine non entrano, e le abbiamo staccato le mani dal bordo scheggiato del cubicolo facendola precipitare in acqua. Annalisa che mi aveva sfidato apertamente: allora vieni e rapiscimi, pirata dei miei stivali. Annalisa… Lisetta!

Sua madre rientra in stanza reggendo un piccolo bicchiere di plastica pieno a metà di un liquido arancione e una cannuccia snodata. Non si accorge che ho le pupille dilatate, che sto stringendo la mano di sua figlia e che in cambio ricevo una stretta più forte di prima. Accosta la cannuccia alla bocca della donna che era stata Annalisa e attende che prenda un paio di sorsi. Poi appoggia il bicchiere sul comodino di metallo e plastica beige e si siede sull’unica sedia della camera. Scusami, sono un po’ stanca. Non rispondo. Ho gli occhi fissi in quelli del corpo martoriato.

Esplosione. Luce bianca. Poi cala la sera. Spiaggia del bagno 35, dopo cena. Luca mi fa: tu le piaci. Smettila, dico. Ma sì, si vede. Sono stuzzicato, un po’ orgoglioso, ma la mia testa è piena dei miliardi di pensieri che normalmente affollano il cervello di un sedicenne. Camminiamo a piedi sudi sulla sabbia fredda e compatta. Il lungo mare asfaltato è illuminato da lampioni giallognoli. Famiglie con bimbi, turisti tedeschi e musica indefinitita da un bar. Dal lato del mare, invece, rade figure nell’ombra. Una coppia si sta abbracciando seduta al riparo del pattino rosso, quello con la scritta Soccorso sulla fiancata. Luca fa: vuole essere rapita? e noi la rapiamo! Sorride. Sorrido anche io. Ma penso ad altri miliardi di cose. Più tardi Annalisa ci trova all’estremità meridionale della spiaggia, vicino alla rimessa di alcune barche incrostate di salsedine che sembrano non prendere il mare da anni. E’ tutta la sera che vi cerco, dice. Ma non sembra contrariata. Fa un sorriso complice, si mette tra noi due e ci prende le mani. Non so perchè ma sono contento di quel contatto.

Tra non molto dovremo uscire. Dico: va bene. Ma non mi giro nemmeno. Continuo a guardare Annalisa e lei guarda me. Però possiamo tornare domani, dice ancora sua madre. Sì, certo. Possiamo tornare domani. Ma la stretta della mano mi comunica un desiderio differente.

Esplosione. Luce bianca. Luca mi viene a prendere davanti alla pensione-due-stelle nel primo pomeriggio. Il sole è alto, dipinge ombre fortemente contrastate nella via. Mia madre: ragazzi, non fate il bagno prima di tre ore. Sì, occhei, tre ore. E’ importante dice mentre si dirige verso la spiaggia tenendo per mano il fratellino inutile. Che palle questa storia della digestione. Luca batte con la mano sul sellino della Vespa e mi invita a balzare a bordo. Apre un sacchetto di plastica e mi fa vedere il suo contenuto. Sono sorpreso. Luca ride: sono bravo, vero? Gli chiedo: dove hai preso questa roba? Oh, c’è un mercatino lungo la provinciale, appena fuori del paese; un tizio che ha un camper ha steso un sacco di cose interessanti sulla bancherella. Do un pugno leggero sulla spalla di Luca. Andiamo!

Tutte le volte che chiedevo di te a Lisetta, lei non ha mai voluto raccontarmi nulla. Sua madre parla, ma la ascolto appena. Non mi ha fatto mai leggere le lettere che ti scriveva almeno due volte a settimana e neppure le tue risposte. Due volte a settimana? Non so nemmeno se ho bisbigliato o se le parole si sono formate solo nella mia mente. Ma Annalisa le ha colte ugualmente: fa un cenno con il capo. Sì, sembra dire, ti ho scritto dal primo giorno che sono tornata a casa, la prima settimana di settembre. Ma non ho mai ricevuto risposte. Lo so, Annalisa, non ti ho mai risposto. Non ti ho mai risposto perchè non ho mai letto le tue lettere. La penultima sera, nel covo dei pirati, ti ho dato un indirizzo fasullo.

Esplosione. Luce bianca. Planata dal cielo sopra il piccolo paese romagnolo. L’incursione è pianificata nei minimi dettagli. La compagnia si ritrova al “Tropicana”: cocacola, granite alla menta e banana-split a profusione. Il modenese simpatico vorrebbe invitare la secca a fare un giro in pedalò. Ma si vergogna a chiederlo. E in più non ha i soldi per il noleggio: la paghetta settimanale si è esaurita la sera prima. La sorellina, in compenso, continua a strillare che vuole andare in spiaggia. Io e Luca osserviamo il gruppo a distanza. Annalisa è l’unica che non è seduta assieme agli altri sulle sedie tubolari metalliche ma sta sdraiata su un dondolo e con il piede si imprime un lento movimento. Avanti e indietro. In mano l’immancabile libro di qualche autore serissimo. Ad osservarla distrattamente sembrerebbe immersa nella lettura. In realtà la sua attenzione è altrove. Tiriamo fuori le bandane rosse e ce le fissiamo in testa, coprendo i capelli, con un nodo nella parte posteriore. Luca accende il motore della Vespa con un movimento secco sul pedale. Sgasa e mi fa: pronto? Certo. Parte, prima piano, per infilarsi tra un paio di automobili, poi accelera e punta dritto al marciapiede del “Tropicana”. Nel contempo io mi alzo un poco puntando i piedi sulla pedana, estraggo la bandiera da sotto la maglietta e la libero al vento con entrambe le mani. Il primo ad accorgersi di noi è uno dei due terroni. Cazzo, fa. Tutti si voltano. E vedono arrivare due pirati con i copricapi rossi. Il primo manovra il manubrio della Vespa come il timone di un cutter che solca le onde di un mare tropicale. Il secondo, io, si leva alle sue spalle reggendo la bandiera nera e lanciando urla gutturali. Cazzo, ripete il terrone fissando pietrificato la jolly roger. Luca frena la Vespa giusto di fronte l’intera compagnia, con una manovra così perfetta che credo non potrà mai più essere ripetuta. Rimango sulla dueruote e faccio una cosa soltanto: punto l’indice verso Annalisa. Sulla faccia della ragazza si apre il più luminoso sorriso che abbia mai visto nella mia breve vita. Lancia via il libro che aveva in mano e si precipita da noi. Nessuno, tranne il diretto interessato, si accorge che il libro finisce dritto sulla tempia dell’altro meridionale. Tutti osservano Annalisa che monta sulla Vespa tra me e Luca. La compagnia è come congelata. E questo ci consente di allontanarci, ad una velocità ridicolamente bassa per via del peso supplementare. In pochi minuti siamo nel nostro covo. L’aria è rovente perchè le sbrecciate pareti di cemento del cubicolo sono state sotto il sole tutto il giorno. Con tono solenne dichiaro che Annalisa è ora la mia sposa. Ridiamo tutti e ci accasciamo, esausti, sul pavimento nudo del covo.

Una delle due infermiere che seguivano il dottore  apre la porta e ci informa che l’ora è giunta. Rimane sulla soglia, la porta aperta, per accertarsi che abbiamo compreso e che non ci venga in mente di attardarci contravvenendo alle sacre regole dell’ospedale. La madre di Annalisa si china su di lei, la accarezza e le bacia i capelli. Ci vediamo domattina, dice. Annalisa annuisce. Non vorrei lasciare la sua mano. “Ora ricordi.” Sì, ora ricordo.

Ricordo la settimana seguente il rapimento. Giorni di lunghe nuotate, di sole preso sul tetto del chiosco, di camminate, di sere trascorse al cinema all’aperto, assediati dalle zanzare. Ricordo la piccola villetta dove Annalisa viene tutte le estati in vacanza con i suoi genitori. Ricordo sua madre che prepara grosse brocche di orzata che non piace a nessuno dei tre. Ricordo suo padre che lavora durnate la settimana e arriva il venerdì sera; ricordo che la prima cosa che fa è andare ad abbracciare la sua Lisetta. Ricordo quegli ultimi giorni di agosto: abbiamo sedici anni e il sole è caldo.

Annalisa apre la sua mano. “Vai.” Annuisco. Arretro e cerco di nascondere la verità al suo sguardo. Sua madre mi precede. Mi giro. Annalisa ha chiuso gli occhi mentre l’infermiera traffica attorno al suo corpo immobile. La porta si chiude. Sua madre mi abbraccia e mi dice: a domani. Si allontana nel corridoio e poi scompare alla vista.

Sì, ora ricordo. Ricordo Luca un po’ geloso per il fatto che la ragazza più bella della compagnia ha occhi solo per me. Ricordo che all’approssimarsi del termine della vacanza ombre di dispiacere si fanno sempre più evidenti sul viso di Annalisa. Ricordo che io, preso dai miei miliardi di pensieri, proprio non me ne rendo conto.

L’infermiera esce dalla camera di Annalisa. Mi squadra come fossi uno scolaro indisciplinato. Non può rimanere qui! Sì, ora  vado. Mi incammino verso gli ascensori. Vengo superato da un un inserviente che spinge un carrello rosso pieno di sportelli e cassetti. Rosso: come il fazzoletto con cui ho rapito Annalisa.

Sì, ora ricordo. Ricordo che non sono innamorato di lei. Mi fa piacere averla attorno, completa in maniera perfetta il rapporto con Luca. Siamo un trio irresistibile. Ma non sono innamorato di lei. Non mi accorgo nemmeno del calore che lei emana quando passiamo a prenderla a casa sua. I suoi genitori sono così contenti che Lisetta ha trovato due bravi ragazzi con cui divertirsi in quei giorni. Ma lei è interessata ad un solo bravo ragazzo.

Entro nella cabina dell’ascensore e schiaccio il pulsante del piano terra. Le porte si riaprono e mi trovo nel grosso atrio del padiglione. Persone, medici, pazienti, parenti, impiegati: tutti che camminano in una qualche direzione. Chi velocemente, chi più lentamente. Solo io non ho una meta.

Sì, ora ricordo. Ricordo l’ultimo giorno al mare. I pensieri da miliardi sono diventati decine di miliardi: la fine delle vacanze, i compiti non fatti, mio padre che carica l’auto con le valige e le borse, pronta per la partenza, il mio inutile fratello, Luca, la mia stanza a Milano, i poster sulle pareti,  la musica, l’abbronzatura, lo zaino dell’Invicta, i sabati pomeriggio in centro… Ricordo che dico a Annalisa che dobbiamo vederci nel pomeriggio perchè la sera la pensione-due-stelle ha organizzato la solita festa di saluti. Ricordo che Luca, lungimirante, si era dato indisposto quel pomeriggio. Ricordo quelle ultime ore nel nostro covo segreto. Annalisa teneva la sua testa sulla mia spalla, incapace di pronunciare i suoi sentimenti. Sperava che io prendessi il coraggio e la baciassi. Ricordo di non aver mai pensato di baciarla, la testa ormai altrove.

Mi decido. Raggiungo la stazione della metropolitana e prendo il primo treno nella direzione di casa.

Sì, ora ricordo. Ricordo di aver salutato Annalisa e di essere tornato alla pensione-due-stelle. Ricordo che quella sera hanno sgombrato un angolo della minuscola hall per fare spazio alla tastiera elettronica e al microfono con cui un duo non più giovanissimo avrebbe suonato e cantato pezzi in classifica, italiani e tedeschi. Ricordo di aver dovuto accompagnare in camera il fratello inutile perchè ha il mal di pancia. Ricordo che dopo una mezz’ora mi sono stufato e sono tornato di sotto. Coppie di mezza età improvvisano balli sotto i tristissimi festoni di carta colorata. Ricordo che il bar della pensione-due-stelle offre latte e menta a tutti i ragazzi. Gratis, pensa un po’!

Arrivo a casa, chiudo la porta e mi stendo sul letto. Fisso il soffitto. Sento il beep della segreteria telefonica. Non mi alzo. Sarà l’ennesimo messaggio della stronza.

Sì, ora ricordo. Ricordo mia madre che chiede se poi esco con Luca.  Ricordo di aver risposto, ma non ricordo la risposta. Ricordo mia madre che mi dice di non fare tardi: domattina si parte presto, perchè rimanere incolonnati sull’Autosole a mezzogiorno non è divertente. Ricordo che Luca non si fa vedere quella sera. Ricordo che all’improvviso dalle porte a battenti della cucina esce la Marta, una delle due cameriere che servivano alla decina di tavoli. Ricordo che mi fa l’occhiolino, come tutti i giorni da quando sono arrivato qui, bianco come ogni milanese. Ricordo che il duo si prende una pausa: lui beve un alcolico ambrato, lei sfoglia i testi delle canzoni che ancora deve interpretare. Ricordo che passa mio padre e mi fa: non lasciare tuo fratello da solo in camera. Ricordo che dico: no, certo, non preoccuparti. Ricordo che mi guardo bene dal risalire in camera.

La luce tardo pomeridiana si attenua. Dall’appartamento sopra il mio giunge il suono di un flauto e di una televisione accesa. Dovrei alzarmi e terminare la lettura di una relazione. Non ne ho voglia. Non credo che domani andrò al lavoro. Resto sul letto.

Sì, ora ricordo. Ricordo che mio padre mi raggiunge di nuovo. Mi attendo il predicozzo sul fratello inutile lasciato da solo. Invece mi allunga le chiavi dell’auto e mi dice: vai a controllare, non trovo più il libretto, credevo di averlo nel mio borsello, forse l’ho lasciato in auto. Ricordo che esco nel piccolo parcheggio sul retro della pensione-due-stelle. La nostra piccola auto svedese è una macchia marrone tra un’Audi e una Mercedes dalla targa tedesca e con strani adesivi sui lunotti. Ricordo che controllo attentamente nel vano davanti al sedile anteriore e che non trovo nessun libretto. Tanto non so nemmeno come è fatto. Ricordo che richiudo l’auto e taglio nel corridoio di servizio per raggiungere la hall. Ricordo che a metà del corridoio buio la Marta mi incrocia, mi abbraccia e mi passa le mani nei capelli schiariti dal sole. Ricordo che mi dice: andiamo giù. Giù è l’ex locale caldaia, recentemente sgombrato, ridipinto e dotato di un tavolo da ping-pong e un bersaglio per freccette appeso al muro. La direzione ora afferma, orgogliosa, che la pensione-due-stelle “Petroneus” è dotata anche di “sala giochi”, oltre che di parcheggio riservato. Ricordo l’odore penetrante di umidità e il buio. Marta non accende la luce. Mi chiede invece: mi vuoi baciare? Ricordo che rispondo di sì, anche se non lo so fare.

La sigla del telegiornale proveniente dal piano di sopra mi riscuote dal torpore. E’ tardi. Mi alzo, vado in cucina, prelevo una pizza dal congelatore e accendo il forno. La luce sulla segreteria telefonica mi informa che la memoria è piena e che non accetterà altri messaggi. Meglio così.

Sì, ora ricordo. Ricordo che in dieci minuti ho capito abbastanza bene come si bacia, come si posizionano le labbra e come si usa la lingua. Ricordo che scopro che mi piace un sacco baciare  quella ragazza di pochissimi anni più grande di me, mentre la tengo stretta tra le mie braccia. Ricordo che per qualche istante ci stacchiamo, mentre dei rumori di passi si avvicinano alle scale di cemento che portano nella sala giochi. Ricordo che poi si allontanano e che nessuno scende. Ricordo che la Marta mi riafferra e mi porta nell’angolo più lontano dalle scale. Ricordo che nei venti minuti seguenti ho capito abbastanza bene tante altre cose.

La pizza sfrigola nel forno. Ma la fame mi passa. Rivedo Annalisa sdraiata nel suo letto d’ospedale. Vedo il bozzolo di teli verdi. Vedo gli aghi e i tubi che entrano ed escono dal suo corpo. Vedo i suoi occhi. Sento la sua mano. Sento che mi dice: “Non ti ho mai dimenticato.”

Afferro il telefono, lascio un messaggio in ufficio. Domani non vengo.

Domani vado da Lisetta.

2 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Non c’eri più

Stanotte ho dormito a fatica. Sono costantemente scivolato in sonni agitati e limacciosi per poi riemergere boccheggiando sulla superificie della coscienza. Vedevo il tuo viso proiettato nel cielo attraverso il soffitto sfondato: sorridevi e mi respingevi. Cadevo all’indietro e non facevo in tempo ad allungare le mie mani verso di te. Mi sono ritrovato ad osservare il traffico del mio cervello dall’alto di uno ziggurat gotico, come un gargoyle perennemente proteso verso il vuoto, pronto a spiccare il volo ma per sempre ancorato alla matrice delle sue paure. Sul fondo della valle spaventati gangli si aggiravano sotto la pioggia perenne generata dagli enormi condensatori di pensieri. Occasionali lampi gialli e rossi di coscienza si innalzavano come lingue fiammeggianti a rischiarare gli ammassi nebulosi dei miei costrutti. Ho tentato di inserirmi in quella rete insurrezionale, scansando cavalli di frisia idealizzati e tuffandomi in un flusso di abbacinanti crome e semicrome. Demoni ieratici posti a guardia dei nodi tentavano di frenare l’incursione ma la mia velocità angolare aumentava in proporzione al mio desiderio per te e superavo le difese semplicemente ricompilando in tempo reale i loro cuori e le loro specifiche. Dove il codice automimetico dei golem era insuperabile – nei pochi femtosecondi a disposizione prima che il nucleo radioso d’amore che mi spingeva avanti decadesse in ulteriori particelle più deboli – semplicemente mi scontravo frontalmente con loro, frantumandoli e spargendo le grigie rovine di schegge di promesse non mantenute. Finalmente giungevo nel primevo nucleo della mia essenza, galleggiante in un alito amniotico. Qui mi sono fermato. Avevo già caricato una lubrica bombarda con proiettili meditativi ad alta capacità di penetrazione. La mia intenzione evidente era quella di sterminare la dittatura del dolore che governa il nocciolo della mia rete. Inaspettatamente però l’istanza psichica si è resettata come fosse improvvisamente disconnnessa dalla sua fonte di alimentazione. Il sopra è diventato sotto, i cubi multidimensionali custodi delle esperienze hanno aperto i loro petali lasciando che il contenuto si ossidasse esposto al buio incipiente, i ponti sinaptici si sono sgretolati lasciando precipitare nel vuoto indeterminato intere frasi che si sono spezzate in parole e sillabe sprotette, zampilli di liquido cefalorachidiano hanno iniziato a fiorire sulla volta cranica mentre tuoni distanti si rincorrevano tra le orbite. A quel punto mi hai afferrato, facendo passare le tue braccia sotto le mie, e hai lasciato che il tuo naturale spin ci propulsionasse lontano dall’implosione. Lentamente hai rilasciato la tua presa e hai accelerato verso la singolarità, piegando e trascinando con te lo spazio dei desideri e il tempo dell’amore e infine sei scomparsa oltre l’orizzonte degli eventi. Ho vissuto quel singolo istante di felicità come il lampo di energia quantizzata generato dalle perfette aderenze di due antiparticelle. Poi ho aperto definitivamente gli occhi e tu ovviamente non c’eri più.

30 apr 2010 - LETTURE    Nessun Commento

Noi che non siamo come le altre

Donne, ragazze, madri, figlie, sorelle. Vite diverse; diversi i capelli, i redditi, le forme dei corpi, gli abusi, gli amori vissuti e subiti; diverse le ricerche e le droghe, diverse le pulsioni e il sesso praticato o soltanto immaginato; diversi i desideri e le paure. Vite diverse, immerse in un mondo ancora profondamente d’impronta maschile, eppure accomunate da un filo sottile che Lucia Etxebarria sa dipanare con assoluta leggerezza legando tra loro queste donne che scoprono sempre e comunque la loro diversità.
NOI CHE NON SIAMO COME LE ALTRE  di Lucia Etxebarria.

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