Le note di Johnny Cash di If You Could Read My Mind terminano con un leggero fade e dopo una brevissima pausa dal riproduttore esce il suono ritmico, metallico, echeggiato ed inconfondibile delle campane di Loughborough che aprono Hell’s Bells. Parte il riff delle chitarre di Malcom e Angus Young e di colpo mi ritrovo proiettato indietro nel tempo, a circa una trentina di anni fa.
Quando mi sono affacciato agli anni Ottanta ero troppo giovane per prevedere che quel decennio avrebbe segnato in maniera indelebile, nel bene e nel male, le mie esperienze musicali, cinematografiche e letterarie. Il tutto fu casuale, è chiaro, poichè essendo nato solo pochi mesi dopo che Neil Armstrong lasciasse la prima impronta umana sul polveroso suolo selenico mi è capitato di trascorrere la mia adolescenza nel mezzo di quel periodo che si è affrancato molto rapidamente dai Settanta, ha relegato ancora più indietro nella storia i Sessanta e ha fatto da apripista ai più scialbi Novanta e ai tecnologicamente e socialmente innovativi Duemila.
Ma torniamo a quell’estate del 1982. In agosto ero tornato dal mio primo viaggio negli Stati Uniti portandomi appresso la meraviglia di un mondo diversissimo dalla Milano e dell’Italia che stavo appena imparando a conoscere meglio. E con i ricordi avevo riportato a casa anche un aggeggio dal nome esotico grande un terzo il mio diario scolastico e prodotto da un’industria giapponese: il “Walkman”. Conseguenza: niente più radio di mio padre dalla grossa rotella che faceva scorrere la lancetta avanti e indietro lungo una serie di frequenze stampate sulla plastica fontale; niente più grosso registratore a nastro sul quale occorreva montare correttamente le bobine e poi premere i grossi tasti grigi che si fermavano a fondo con uno scatto; niente più Superclassifica Show con Maurizio Seymandi. Ero diventato indipendente e da quel momento avrei scelto io quale musica ascoltare, dove, quando e in quale sequenza; avrei spesso assillato i miei genitori affinchè mi comprassero i nastri che avrei fatto consumare fino alla rottura. Per un breve periodo ero diventato una celebrità nella mia classe: ero stato in America e possedevo addirittura un apparecchio portatile per ascoltare musica! Ovviamente i miei quindici minuti di fama terminarono e le ragazze tornarono a guardare solo Alberto, il bello (e scemo, aggiungo io) della classe.
Tra i primi album che fecero parte della mia collezione, e che ossessivamente ascoltavo per ore con le fantascientifiche cuffie leggere della Sony dalla spugna arancione, c’erano Rockmantico di Alberto Camerini e Back in Black degli AC/DC. Mentre dell’ex partner di Eugenio Finardi si perderanno le tracce con il passare degli anni e con l’evoluzione della musica elettronica, il gruppo australiano sarebbe entrato nella storia dell’hard rock e proprio quell’album è uno dei loro momenti più significativi. Come sono arrivato ad accostare Camerini (e anche i Bee Gees e Gianna Nannini, ad esempio, che ugualmente ascoltavo all’epoca) e gli AC/DC? Merito, o colpa a seconda dei punti di vista, di mio cugino Claudio , il quale negli anni successivi sarebbe stato definito “metallaro”, “alternativo”, “capellone”, etc. Di quel dirompente album di inizio anni Ottanta Hell’s Bells è la canzone che poi mi ha accompagnato fino ad oggi.
D. ora mi sta guardando con un’espressione interrogativa sul volto. Mia cara, l’aria ebete non è dovuta ad un’improvvisa ischemia cerebrale ma al tuffo della mia mente nel mare dei ricordi della mia giovinezza. Ad esempio, ho un ricordo vivido legato a questa canzone. Quarto anno del liceo scientifico, piena notte, casa di un mio caro amico. In un momento di ribellione verso i nostri insegnanti ci è venuta l’idea di telefonare a casa della docente di italiano. Stereo a palla e tasto pause premuto. Al dodicesimo squillo una voce assonnata risponde. Via il dito dal tasto e le campane dell’intro suonano per tutto il palazzo oltre che nella cornetta del telefono. Non ho mai saputo se la professoressa abbia sospettato di noi due. Di certo ci sarei rimasto male se così non fosse stato: il resto della classe era all’epoca maggiormente simile ad un organismo unicellulare che ad un gruppo di primati. Comunque, nella remotissima possibilità che lei professoressa, o uno dei suoi eredi, stia leggendo queste righe: mi spiace averla svegliata quella notte, è stato un gesto stupido e inutile. D’altra parte se io e il mio amico fossimo stati più maturi avremmo ingegnato uno scherzo decisamente più divertente.