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1 Commento Allo stesso ritmo dei battiti del mio cuore
Il taxi lascia il viadotto della Magliana e si immette sull’autostrada. Il traffico è insolitamente sostenuto per essere un sabato mattina presto. Quando sono uscito di casa il buio si stava appena attenuando. Adesso, mentre la macchina bianca corre a ottanta chilometri l’ora verso Fiumicino, il chiarore è più intenso. Potrebbe preannunciare una buona giornata, ma rade goccie si infrangono sul parabrezza rigandolo a raggiera.
Cerco di concentrarmi sullo schermo del portatile, aperto sulle ginocchia, e sugli orari previsti della trasferta a Milano. Il sedile è scomodo, sformato, l’abitacolo puzza di fumo e di deodorante al pino e l’autoradio è sintonizzata su una stazione da cui tre o quattro voci differenti gracchiano frasi smozzicate, sovrapponendosi spesso, di cui cui si perde l’intelligibilità. Tra le scariche e le parole che si rincorrono riesco a pensare che se tutto andrà come previsto potrò concludere gli incontri con la redazione entro il primo pomeriggio. E allora compongo un messaggio sul telefono: Passo da te, dopo pranzo, assieme fino a sera. Premo invio mentre il taxi prende la rampa che porta al livello delle partenze. Per alcuni lunghissimi secondi chiudo gli occhi e sono già lì, come l’ultima volta, sul divano color malva addossato alla parete occupata da una gigantografia, forse di Ebbets, mentre ti muovi allo stesso ritmo dei battiti del mio cuore.
La risposta fa vibrare il cellulare dopo il check-in ai banchi dedicati della navetta per Milano. Aspetto di passare i varchi di sicurezza per leggere il messaggio. Mi sfilo l’orologio, la cintura, tolgo le monete dalla tasca e depongo il tutto, assieme al telefono e al portatile, in una vaschetta di plastica blu. Gli addetti controllano con aria annoiata la carta di imbarco e nemmeno si accorgono del piccolo dispositivo che si illumina e saltella mentre la vaschetta passa sotto lo scanner. Raccolgo i miei averi e percorro il lungo corridoio verso il mio imbarco, che trovo dopo il bancone curvo in vetro e acciaio satinato di un bar. Il numero 2028 lampeggia sul monitor. Prendo in mano il telefono e muovo il pollice sull’icona di lettura. È meglio di no. Non mi chiamare.
Appoggio la fronte alla fredda vetrata. Mi sembra che il muso del velivolo, a pochi metri da me, mi stia fissando.