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12 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    1 Commento

Entro sera sarà sereno

Abbiamo trascorso la mattinata a camminare tenendoci per mano, dirigendoci lungo la bianca spiaggia verso sud. Un passo dopo l’altro, la tiepida sabba tra le dita dei piedi e l’oceano alla nostra destra. Non abbiamo parlato molto. Non ve n’era bisogno.
Il cielo si fa più scuro e minaccioso. Ci inoltriamo tra la vegetazione costeggiando i bassi bungalow. Un leggero vento si è alzato e scuote le grosse foglie sopra le nostre teste. Due ragazze ci superano correndo, timorose che inizi a piovere.
Ci infiliamo i sandali e raggiungiamo il grosso spiazzo d’ingresso del resort. Inservienti in polo bianca stanno spingendo carrelli colmi di bagagli. Una giovane manager prende appunti su una cartelletta mentre ascolta un addetto alla manutenzione. Facciamo un cenno ad uno dei taxi in attesa, che si avvicina pronto alla banchina. All’uomo seduto al posto di guida diamo un indirizzo che conosce bene.
L’auto si infila sulla Eldemire Drive e accelera superando un paio di collettivi carichi di operai che si spostano tra i cantieri. Grosse goccie d’acqua iniziano a infrangersi sul parabrezza. L’autista percorre le ultime centinaia di  metri con il piede più leggero sul pedale dell’acceleratore.
Arriviamo a destinazione sotto un temporale che si è inspessito. L’acqua crea piccole roggie lungo la strada e il vento agita tutto ciò che non è fissato. Una famiglia si sta riparando sotto la tettoia del distributore di benzina all’estremità della via.
Il nostro ristorante è una piccola costruzione in legno dipinto a striscie colorate verticali. Un po’ kitsch con le sue tovaglie di plastica e i fiori finti. Attorno a noi i tavoli sono occupati prevalentemente da giovani che parlano tra loro o che osservano la televisione appesa al muro. Sta trasmettendo un notiziario americano e la grafica mostra una tempesta tropicale che dalle coste cubane ha fatto rotta verso le Cayman e la porzione occidentale della nostra isola. Di tanto in tanto la corrente se ne va ma qui nessuno sembra farci caso.
Ordiniamo zuppa di pesce, jerk di maiale e patate fritte. Mentre aspettiamo che la grande matrona del sorriso cordiale e birichino ci serva plachiamo la sete con grandi boccali di frullato di banana.
I piatti bianchi arrivano colmi di pietanze, accompagnate da ciotole di riso e piselli. Un paio di tuoni gorgheggiano all’esterno mentre il vento fa sbattere la copertura in plastica di una finestra. Una ragazzina entra nel ristorante, completamente fradicia. La proprietaria la abbraccia, le scompiglia i capelli arruffati e le consegna un grosso involucro di carta stagnola. La giovane ringrazia sorridente e corre via di nuovo sotto l’acqua.
Paghiamo il nostro pasto e la matrona ci invita a tornare l’indomani: preparerà il suo famoso pollo speziato con crema di cocco. Si accorge che stiamo osservando il muro d’acqua che scintilla all’esterno facendosi strada tra il vento e l’aria. Ci sorride e dice: entro sera sarà sereno.
E così è.

19 gen 2010 - CINEMA    Nessun Commento

Castaway

Ci possono essere tanti motivi perchè qualcuno decida di esiliarsi volontariamente per un anno intero su un’isola deserta nel Pacifico.  Quelli del maturo Gerald sono differenti da quelli della giovane Lucy (reclutata per quest’avventura tramite un annuncio pubblico). Entrambi scopriranno spazi, vicinanze, lontananze e comunioni probabilmente inimmaginabili.

Tratto da un libro (che dovrebbe essere autobiografico) di Lucy Irvine, il film di Roeg porta un rubizzo Oliver Reed e una solare e combattuta  Amanda Donohoe su un’isola dello stretto di Torres, dove rimane in biloco tra la rappresentazione psicologica della vita di questa coppia improvvisata e le immagini didascaliche ed iconiche di due esseri umani nudi al cospetto di una natura potente.

CASTAWAY di Nicolas Roeg.