Taggato con " libro"

Come una foglia

Il palmo della mia mano e la guancia sono appoggiati al vetro. Il cortile è buio e con uno sforzo riesco a cogliere nell’angolo del mio campo visivo le luci della tangenziale smorzate nella coltre della pioggia sottile. Se mi volto sono sicuro di vederti ancora seduta sul divano, di fronte alle fiamme scoppiettanti nel camino, la faccia nascosta quel libro che hai raccolto da uno degli ultimi ripiani dello scaffale e che ha perso da tempo la sovracopertina colorata. Leggi a voce alta, incurante della tua completa nudità. Come una foglia – reciti – che si tuffa dall’estremità del ramo e che sa di non poter decidere dove posarsi.

26 nov 2011 - BLOG, LETTURE    Nessun Commento

Murakami, finalmente

1Q84 L’ultima fatica di Haruki Murakami, finalmente, ha raggiunto le librerie. Lasciamo pure stare i termini come “autore di culto”, “narratore di una generazione” e similari. Di certo c’è che quest’opera è stata a lungo attesa dai suo fan. E infatti, appena scorto sugli scaffali della libreria dove sono solito sperperare una quota significativa del mio stipendio, non sono riuscito a trattenermi. Venti euro in cassa, e in meno sul mio conto. Sono arrivato a pagina 282 e devo ancora decidere se è il libro dell’anno o soltanto un ottimo libro. Riusciranno Aomame e Tengo a replicare davvero la potenza e delicatezza di Watanabe e Naoko?

9 dic 2010 - PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

L’ultimo libro

Era giunto fin lì per morire. No, non è esatto: era giunto fin lì per uccidersi.
Ci pensava da tempo, ma credeva che non avrebbe mai preso per davvero quella decisione. Invece quel giorno, sebbene fosse un giorno esattamente uguale a tutti quelli che lo avevano preceduto, o forse proprio per questo motivo, si disse che aveva atteso abbastanza. Riempì un sacchetto con tutte le confezioni di sonnifero acquistate negli ultimi mesi e strappò in tanti minuscoli pezzi le quattro lettere che aveva scritto. Rileggendole gli erano sembrate patetiche e quindi inutili.
Era salito in macchina e aveva lasciato la città. Durante il tragitto ascoltò della vecchia musica, quella che aveva iniziato a conoscere ed apprezzare da giovane e che lo aveva accompagnato nei momenti felici e in quelli più bui. Pensò che quelle parole e quelle note erano talmente buone che ci sarebbe sempre stato qualcuno che l’avrebbe ascoltate. A differenza di lui sarebbero meritatamente vissute a lungo. Prima di arrivare al lago era riuscito ad ascoltare tutti i brani che amava.
Abbandonò l’automobile in un parcheggio di un piccolo supermercato e si mise a camminare lungo le sponde. Trascorse un paio di ore a chiedersi se il suo ultimo giaciglio sarebbe stata una fredda e scomoda e scrostata panchina pubblica. Poi si era fermato di fronte all’insegna metallica di una piccola locanda. Pensò: un letto su cui distendersi e, possibilmente, una finestra da cui poter osservare per l’ultima volta le acque verdi e grigie del lago. Era entrato nel piccolo edificio e aveva compilato e firmato il foglio che gli avevano sottoposto al corto bancone di legno all’ingresso. Permanenza: tre giorni, aveva scritto. Gli diedero una chiave. Sul momento gli era sembrata una soluzione migliore, o forse solo più comoda, della panchina pubblica.
La stanza era piccola, appena poco più grande del vecchio letto e del comodino di legno alla sua sinistra. Non c’era alcun armadio, bensì un’asta a cui appendere gli abiti nel minuscolo ripostiglio creato chiudendo con una scorrevole una rientranza in un angolo della camera. Aprendo la porta-finestra si notava subito la posizione infelice dell’alloggio. Metà della visuale era occupata a sinistra dall’altra ala dell’edificio. Di fronte c’era lo sporco e maleodorante cortile posteriore, dove tutte le mattine i furgoni dei fornitori scaricavano cassette di verdure e bombole e sacchi. Solo uno spicchio di lago era visibile, al di là della strada. Decise che gli sarebbe bastato.
Aveva trovato quel libro dalla copertina rigida e nera nel cassetto del comodino, la prima sera. Non lo aveva aperto subito. Pensava infatti fosse una qualche versione della Bibbia. Ma la mattina dopo, mentre un acquazzone tardo primaverile allagava le strade smorzando in lui il desiderio di scendere nuovamente alla riva del lago, lo aveva preso in mano. Le prime parole stampate in cima alla pagina erano: Oggi voglio morire. E quindi, si capisce, fu subito interessato a leggere il seguito. Lesse per quasi tutto il giorno, interrompendosi soltanto per ordinare un sandwich alle cucine. Passata la mezzanotte usò a guisa di segnalibro una fotografia ingiallita di inizio del secolo passato che la locanda omaggiava come cartolina. Si coricò dopo aver intrapreso assieme al protagonista del testo un lungo viaggio attraverso l’Europa, all’inseguimento di un amore indimenticato.
Trascorse una settimana. Aveva preso l’abitudine di fare una lunga passeggiata la mattina e poi di sedersi su una vecchia sedia di metallo smaltato di bianco, metà dentro la stanza e metà sul minuscolo balconcino, con il libro in mano. Sotto di lui le griglie del sistema di ventilazione delle cucine diffondevano senza pietà effluvi di cui era meglio ignorare l’origine. Ma indifferente agli insulti alle proprie nari ormai aveva continuato a leggere. Seguì le vicende del protagonista, visitò le più belle e misteriose ed affascinanti città dell’Europa, scoprì capolavori nascosti in muesei e in mostre d’arte, assaporò tutte le spezie e i profumi della cucina dei vari paesi, incontrò persone gentili e spaventose, salì e scese da vagoni di treni e da scalette di aereoplani, camminò nella neve e sull’erba, tra foglie autunnali e venti primaverili.
Trascorsero tre settimane e il protagonista del libro non aveva ancora raggiunto il suo amore.
Trascorsero due mesi e l’aria frizzante settembrina lasciò il posto al freddo dell’inverno incipiente, alle piogge e alla nebbia. Trascorsero altri mesi e sebbene in certi momenti ebbe la sensazione di essere ad un solo passo dall’amata il protagonista era sempre in ritardo, anche se di poco. E il luogo in cui giungeva si caratterizzava per l’assenza di lei. Poteva essere un tavolo ancora apparecchiato e i resti di un frugale pranzo, oppure un taxi che aveva appena svoltato l’angolo della strada, o ancora il bigliettaio di una vecchia stazione che scuoteva la testa dicendo è appena partita.
Le stagioni si lasciarono il posto a vicenda, illuminando la facciata della locanda con il sole o spezzandola con pioggia e grandine. E improvvisamente, senza alcun cenno che potesse far prevedere l’epilogo, lei era lì, in piedi, all’angolo sud della cattedrale di Girona, proprio nel posto che aveva indicato nel suo diario. Il protagonista trattenne il fiato e si concesse il piacere di osservare la figura snella, avvolta in un leggero vestito stampato a fiori, reggere un libro dalla copertina scura e sorridergli. Lesse e rilesse l’ultima pagina più e più volte. E poi la rilesse ancora. E si convinse finalmente che lei non era un’illusione: era stata raggiunta e ora entrambi portavano con sé il ricordo di tutti i luoghi e di tutte le persone, di tutte le felicità e di tutte le angosce, di tutte le parole e di tutte le pagine.
Chiuse il libro e lo ripose nel cassetto assieme alla cartolina. Quando uscì sulla strada il cielo era sereno e una piacevole brezza portava con sé l’odore del lago. Si chiese se l’automobile si sarebbe riavviata dopo tutto quel tempo.

29 mar 2010 - LETTURE    Nessun Commento

Io sono il Tenebroso

Il mio primo incontro con un altro personaggio che non sia Adamsberg. Solitario, in maniera diversa, e particolare come il capo dell’Anticrimine, si fa affiancare dalla coorte dei Vandoosler e al posto di un vice alcolista ha un batrace. La ricchezza, e gli universi di Vargas mi stupiscono sempre più ad ogni romanzo che leggo.

IO SONO IL TENEBROSO di Fred Vargas, Einaudi.