Taggato con " occhi"
8 mag 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

L’esilio

Sospinti dal vento, neri come non mai, i suoi capelli scivolano oltre le spalle
e si tuffano nell’aria calda e accogliente di questo giorno di giugno,
la testa leggermente reclinata all’esterno e gli occhi chiusi,
dietro le cui palpebre danzano vortici di spilli colorati.
Il motore ronza costante e confortante come un gatto appagato,
lanciando la macchina lungo la striscia sinuosa della strada
che sembra tracciare il confine tra il mare sciabordante di schiuma
e le mantelle di erba che si gonfiano al respiro della brezza.
La radio suona una musica sconosciuta, ma il ritmo è così dolce
che stringo il volante e penso che se chiudo anche io gli occhi
questo esilio non finirà mai.

19 gen 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Il pomeriggio si dilata nell’attesa

Il pomeriggio si dilata nell’attesa
e pigre nubi macchiano il cielo quasi immobile.
Un treno dopo l’altro, innumerevoli carrozze,
porte automatiche senza fine.
Da nessuna di esse emerge il tuo viso,
i tuoi capelli color ocra, i tuoi occhi attenti.
Improvvisamente non mi sento più nella giusta posizione:
mi sembra di volgere il desiderio verso zone irraggiungibili.
E il ricordo di te svanisce lentamente,
come un panorama attraverso un parabrezza colmo di pioggia.

3 apr 2011 - PAROLE SCRITTE    5 Commenti

Un disperato scrutare

Un disperato scrutare
tra i visi della folla
che si muove e si mescola.
Scorgo i tuoi occhi placidi
innumerevoli volte su
facce sconosciute.
E i tuoi perseveranti
capelli di rame
su ancor più teste ignote.
Se porgessi la mano
incontrerei la tua?

12 mar 2011 - DRAFT, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

L’attesa

La ragazza che avevo intravisto dietro la consunta tenda che separava il bancone dalla cucina salì le scale esterne fino al tetto di quell’improbabile costruzione fatta di mattoni di argilla e sterpi pressati assieme. Depositò sul tavolino di metallo sbrecciato la tazza di chai che avevo ordinato e aggiunse un piccolo piattino con qualche nan-khatai. Non disse nulla ma lasciò che i suoi occhi neri e lucidi si stampassero per bene nella mia memoria. La locanda era forse l’edificio più alto di tutto il paese e dalla sua sommità potevo osservare l’immensa pianura estendersi fino all’orizzonte, la cui monotonia era intaccata solamente dalle diverse sfumature di giallo di quella bassa erba che cresceva un po’ dappertutto. Il sapore di cardamomo del biscotto mi riempì la bocca e mi chiesi quanto a lungo avrei dovuto aspettare prima che il monomotore di Habib atterrasse finalmente sulla quella striscia di terra polverosa che i locali chiamavano pista.