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31 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    1 Commento

I pensieri perduti

Ieri ho provato a posare le mie mani
sul tronco umido di quella betulla
che ci aveva fatto ombra.
Ho ripercorso così tutte le linee del tuo viso,
contando ogni lacrima e ogni bacio.
Mi sono abbandonato sotto la tua chioma
e ho chiuso gli occhi lasciando che il mio
corpo diventasse concime per i pensieri perduti.

2 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Non c’eri più

Stanotte ho dormito a fatica. Sono costantemente scivolato in sonni agitati e limacciosi per poi riemergere boccheggiando sulla superificie della coscienza. Vedevo il tuo viso proiettato nel cielo attraverso il soffitto sfondato: sorridevi e mi respingevi. Cadevo all’indietro e non facevo in tempo ad allungare le mie mani verso di te. Mi sono ritrovato ad osservare il traffico del mio cervello dall’alto di uno ziggurat gotico, come un gargoyle perennemente proteso verso il vuoto, pronto a spiccare il volo ma per sempre ancorato alla matrice delle sue paure. Sul fondo della valle spaventati gangli si aggiravano sotto la pioggia perenne generata dagli enormi condensatori di pensieri. Occasionali lampi gialli e rossi di coscienza si innalzavano come lingue fiammeggianti a rischiarare gli ammassi nebulosi dei miei costrutti. Ho tentato di inserirmi in quella rete insurrezionale, scansando cavalli di frisia idealizzati e tuffandomi in un flusso di abbacinanti crome e semicrome. Demoni ieratici posti a guardia dei nodi tentavano di frenare l’incursione ma la mia velocità angolare aumentava in proporzione al mio desiderio per te e superavo le difese semplicemente ricompilando in tempo reale i loro cuori e le loro specifiche. Dove il codice automimetico dei golem era insuperabile – nei pochi femtosecondi a disposizione prima che il nucleo radioso d’amore che mi spingeva avanti decadesse in ulteriori particelle più deboli – semplicemente mi scontravo frontalmente con loro, frantumandoli e spargendo le grigie rovine di schegge di promesse non mantenute. Finalmente giungevo nel primevo nucleo della mia essenza, galleggiante in un alito amniotico. Qui mi sono fermato. Avevo già caricato una lubrica bombarda con proiettili meditativi ad alta capacità di penetrazione. La mia intenzione evidente era quella di sterminare la dittatura del dolore che governa il nocciolo della mia rete. Inaspettatamente però l’istanza psichica si è resettata come fosse improvvisamente disconnnessa dalla sua fonte di alimentazione. Il sopra è diventato sotto, i cubi multidimensionali custodi delle esperienze hanno aperto i loro petali lasciando che il contenuto si ossidasse esposto al buio incipiente, i ponti sinaptici si sono sgretolati lasciando precipitare nel vuoto indeterminato intere frasi che si sono spezzate in parole e sillabe sprotette, zampilli di liquido cefalorachidiano hanno iniziato a fiorire sulla volta cranica mentre tuoni distanti si rincorrevano tra le orbite. A quel punto mi hai afferrato, facendo passare le tue braccia sotto le mie, e hai lasciato che il tuo naturale spin ci propulsionasse lontano dall’implosione. Lentamente hai rilasciato la tua presa e hai accelerato verso la singolarità, piegando e trascinando con te lo spazio dei desideri e il tempo dell’amore e infine sei scomparsa oltre l’orizzonte degli eventi. Ho vissuto quel singolo istante di felicità come il lampo di energia quantizzata generato dalle perfette aderenze di due antiparticelle. Poi ho aperto definitivamente gli occhi e tu ovviamente non c’eri più.