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“Non ci rivedremo…”

Pioggia Pioggia. Ancora pioggia. Tuoni echeggiano in lontananza, oltre la cima dei tralicci delle linee elettriche che solcano la periferia cittadina. Il motore è spento e l’auto immobile nel parcheggio deserto. L’acqua ammanta i vetri, sfoca il cemento e i lampioni, ticchetta incessantemente sul tetto lanciando impenetrabili messaggi. L’orologio mi ricorda con spietatezza ciò che ancora mi rimane da fare. La giornata si è già consumata, vorace, metà delle proprie ore. Tengo le mani sul volante, lo stringo e chiudo gli occhi. Tutto questo non mi è nuovo. L’acqua che ruscella tra i marciapiedi, il rumore della pioggia, quei strani profumi che il temporale posta con sé, la voglia di mettere la faccia fuori dal finestrino e la rabbia per questo tempo. E’ la stessa scenografia di quel giorno di tanti anni fa, quando restammo per parecchi minuti sotto un cielo incostante e temporalesco cercando di convincere noi stessi che era tutto finito. Gli abiti ci si erano incollati addosso e la condensa dei nostri respiri creava strani mulinelli davanti agli occhi prima di dissolversi tra una goccia e l’altra. Io facevo un passo avanti e tu uno indietro. Scuotevi la testa e piccole ghirlande d’acqua si staccavano dai tuoi capelli. Alzai lo sguardo al cielo, ma qualunque cosa mi aspettassi, o sperassi, di scorgere aveva deciso di celarsi alla mia vista. Non ci rivedremo, mi dicesti prima di aprire lo sportello della tua auto e ripararti al suo interno.

Come una foglia

Il palmo della mia mano e la guancia sono appoggiati al vetro. Il cortile è buio e con uno sforzo riesco a cogliere nell’angolo del mio campo visivo le luci della tangenziale smorzate nella coltre della pioggia sottile. Se mi volto sono sicuro di vederti ancora seduta sul divano, di fronte alle fiamme scoppiettanti nel camino, la faccia nascosta quel libro che hai raccolto da uno degli ultimi ripiani dello scaffale e che ha perso da tempo la sovracopertina colorata. Leggi a voce alta, incurante della tua completa nudità. Come una foglia – reciti – che si tuffa dall’estremità del ramo e che sa di non poter decidere dove posarsi.

19 gen 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Il pomeriggio si dilata nell’attesa

Il pomeriggio si dilata nell’attesa
e pigre nubi macchiano il cielo quasi immobile.
Un treno dopo l’altro, innumerevoli carrozze,
porte automatiche senza fine.
Da nessuna di esse emerge il tuo viso,
i tuoi capelli color ocra, i tuoi occhi attenti.
Improvvisamente non mi sento più nella giusta posizione:
mi sembra di volgere il desiderio verso zone irraggiungibili.
E il ricordo di te svanisce lentamente,
come un panorama attraverso un parabrezza colmo di pioggia.

Guardo

Guardo. Il buio ormai sceso sopra la strada già accecata dalla nebbia. L’umidità condensata sul palo che regge il cartello di divieto di sosta. Attendo. Brividi e mani che aggiustano pesanti sciarpe di lana. Una voce, una radio, lontana, la musica che salta da una melodia all’altra. La finestra. Aperta, come speravo. Riflessi tremolanti di uno schermo televisivo. Attendo ancora. La tua figura, malcelata dalle tende sottili, che si muove assecondando ritmi sconosciuti. Un portone si apre, cigolando invisibile, e poi si richiude. Rubo le tue forme, il profilo della tua schiena, il pallore del tuo petto e l’oscurità dei tuoi capelli. Soffro. Panciute gocce d’acqua iniziano a martellare il selciato. Respiro, piano. Ti fermi e sembra che volgi lo sguardo verso la strada, verso il muro lattiginoso. Verso di me. Mi sto solo illudendo. Alzo il viso e lascio che venga molestato dalla pioggia.

10 dic 2010 - PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Oggi piove

Oggi piove ed è uno di quei giorni in cui mi capita di pensare a Debra.
Ci sono giorni in cui affastello un gran numero di pensieri e di ricordi e di norma questi sono giorni piovosi. L’acqua che gocciola nelle grondaie, che ticchetta sul tetto dell’automobile e ne riga i vetri, che si raccoglie in pozzanghere per la strada sembra rappresenti uno stimolo irresistibile a rievocare facce, luoghi e situazioni. Non tutti i ricordi sono piacevoli; anzi talvolta succede che lunghi temporali mi trasportano lungo i percorsi della memoria altalenando tra rabbie, rancori e nostalgie. Però sono i miei ricordi. E quando piove succede che porto il cursore della memoria indietro e rivedo momenti lontani come una registrazione che tende a sbiadire e a essere sopraffatta dal rumore di fondo.
Oggi, appunto, piove.
Mi rivedo seduto sul bordo del vecchio letto della nonna di Debra a osservare la piega delle lenzuola bianche e la simmetria delle cuciture della testata in attesa che lei termini di frugare in una specie di sgabuzzino. E’ una domenica pomeriggio e dalla finestra con le imposte chiuse, ma molto attenuato, giunge il rumore del rado traffico periferico. Poco più di mezz’ora fa abbiamo parcheggiato dall’altro lato della strada dopo essere tornati da una gita sul lago e, entrando nel bilocale dagli alti soffitti in cima alle strette scale, lei mi dice: “Questa è la casa di mia nonna.” Vive con sua nonna o siamo finiti qui solo perchè tutte le domeniche pomeriggio la progenitrice si trovava altrove con altri coetanei a giocare a carte? Ovviamente la vera domanda (o forse sarebbe meglio dire il desiderio) che faccio finta non mi risuoni in testa è: stiamo per scopare?
Quel giorno ancora non ho scoperto cosa veramente mi attrae in Debra. Poco sorprendentemente non ho realizzato già che lei rappresenta tutte le donne che avevo incontrato fino a quel momento nella mia vita e quelle con cui avrei condiviso parte dei miei anni futuri. Quel giorno penso ancora che il motivo sia che la ragazza con cui ho passeggiato lungo la piccola darsena di Dervio sia bella. Indubbiamente lei lo è. E’ alta, ha corti capelli scuri dai riflessi ramati, ha una pelle bianca, liscia e morbida che sembra essere stata scelta per accoppiarsi alla perfezione con i suoi occhi grigi e blu. Se si ha la fortuna di vederla nuda non si può fare a meno di pensare che abbia il dono di una sensuale armonia complessiva. In realtà Debra sfugge gli sguardi frettolosi. Non fa girare la testa per strada, non si fa seguire dai complimenti dei suoi pazienti, né si permette i clacson per la strada. Occorre fermare i propri occhi su di lei per il tempo necessario per iniziare a vederla davvero, e allora si vede che è davvero bella. Anzi bellissima.
Quel giorno tengo le mani poggiate sulle ginocchia, lo sguardo perso tra i dettagli di quel grande letto di legno scuro, dalla biancheria profumata di lavanda e dagli inserti di cuoio rosso. Continuo a studiare il risvolto del lenzuolo e il piccolo ricamo azzurrino che ne marca l’estremità per evitare di fare pensieri del tipo: E se tra poco entra sua nonna, magari con il seguito degli altri giocatori, e ci sorprende nudi mentre ci rotoliamo sul suo giaciglio? Cerco di scacciare la visione di un gruppo di candidati alla residenza permanente in qualche struttura assistenziale che entrano in casa e scoprono che quella svergognata di nipote non prova nessun rimorso a mancare loro di rispetto invitando l’amichetto debosciato di turno a fare cose innominabili sul letto della nonna, nel cassetto del cui comodino magari è conservata la fotografia dell’amato marito, uomo rispettabilissimo, integerrimo e dai sanissimi principi morali. Mi impongo pertanto di fissare con ancora più attenzione il mobilio di quella stanza. Ammetto, è vero, che l’immagine di Debra che si spoglia (completamente sceneggiata e renderizzata nella mia testa) è assolutamente piacevole; ma è altrettanto vero che per tutto il giorno ho goduto della sua compagnia senza pensare per un solo istante che saremmo potuti finire a letto. Almeno, fino a quando mi ha detto, a metà percorso sulla tangenziale cittadina, “Esci alla prossima, ti porto in un posto.” Mi piacciono le donne che prendono l’iniziativa. Non potrebbe essere altrimenti per un timido come me. Ma l’idea di una vecchia che agita un bastone nella mia direzione mi frena un poco. Tutti questi pensieri sfrecciano nella mia mente come lampi che scaricano differenze di potenziale da un polo all’altro e forse mi si leggono in volto. Devo essere un poco ridicolo. Anzi, lo sono sicuramente, visto che quando alzo la testa Debra è in piedi sull’uscio della stanza e mi fissa con quel suo tipico, leggero e obliquo sorriso che sembra dire un sacco di cose. O forse nulla. In mano ha degli abiti e ha sciolto i capelli prima raccolti in una piccola coda. “Mi cambio, così possiamo andare al cinema e poi a cena”. Non stiamo per scopare.
Quel giorno è il mio quarto giorno. Quattro giorni da quando ho imparato a vederla per davvero. Nove da quando mi ferma all’uscita della metropolitana, rimproverandomi: “Ieri sera non c’eri!” Cazzo! Sto diventando rosso, proprio lì, all’imbocco della rampa per la stazione di Porta Genova, in mezzo al flusso dell’orario di punta serale. Perlopiù ragazzi con lo zainetto in spalla, impiegati in giacca e cravatta, qualche mamma con bimbo. La gente non si ferma e devia appena i propri passi per scansare noi due, fermi al centro del primo gradino. Dov’è che avrei dovuto essere? “Al raid di gilda” continua questa tipa poco più alta di me, i suoi occhi piantati sulla radice del mio naso. Merda: mi è completamente passato di testa. La pizzata dei Postini della Giustizia del mese precedente. La gilda è reduce da una serie di visite di cortesia alla Cittadella per testare un po’ di strategie e combinazioni. Per spezzare la noia è stato deciso di intervallare le gite nei luoghi ameni di Azeroth con organizzazioni di feste a sorpresa a casa dell’Orda. Ma quella settimana ho avuto un sacco di lavoro, un sacco di ore di sonno perse e un sacco di cose non dette a Paola. E così la sera prima ho scelto dall’archivio, settore Gus Van Sant, un titolo che non avrebbe fatto a pugni con con il mio stato d’animo: Drugstore Cowboy. Matt Dillon e droghe varie. William Burroughs. Viaggi e morte. Cinema allo stato puro. Non ho acceso il pc, nemmeno per leggere la posta. E ora ho paura di dovermene pentire. Provo a sforzarmi. Ma sì, è la ragazza che era seduta accanto a Vittorio, uno degli animatori dei raid serali. Mi ricordo di te, dico. E invece vorrei chiederle come mai lei si ricorda di me e come ha fatto a notare la mia assenza. Sorride e allunga la mano, come mi avesse già scrutato nel profondo e avesse capito che sono assolutamente incapace di ricordare i nomi delle persone. “Debra, ci ha presentato Vittorio.” Ovviamente. E me ne esco con uno squallido: Debra come Debra Winger? Il sorriso si allarga. “Di solito la gente pensa che sono balbuziente o che all’anagrafe abbiano sbagliato a trascrivere il mio nome.” O magari la associa ad un’attrice più vecchia di lei e dal curriculum poco memorabile. Ma è educata e non dice nulla. Io, invece: sono Carlo. “Lo so.” Mi ha appena steso.
E così, verso le diciotto di venerdì sera della settimana precedente, avevo conosciuto una donna – l’unica dal nome esotico che abbia mai incontrato – che ora si stava togliendo maglietta e tuta per infilarsi un abito tardo primaverile e scarpe con tacco basso. La veste ha i colori tenui e un disegno piuttosto anonimo ma nel complesso Debra è una favola. Mi rendo conto che oggi non l’ho ancora detto. Sei bellissima. “Grazie! Ero indecisa se mettermi questo abito; l’ho comprato l’anno scorso ma non l’avevo ancora indossato.” E perchè lo tieni qui a casa di tua nonna? Lo domando, vedo il suo sopracciglio alzarsi e le sue braccia incrociarsi sul petto e capisco di aver detto una cazzata. “Questa è casa di mia nonna Rina. E’ nata qui, due mesi dopo che i miei bisnonni sono venuti a Milano da Belluno. Suo padre Giuseppe faceva il pasticcere e ha preparato paste per Ramozzi, in via Torino, finchè una febbre l’ha portato via. Aveva anche un fratello maggiore, Emanuele, ma non tornò dall’Isonzo, dove era stato mandato nell’autunno del novecentoquindici. Si è sposata con nonno Albert nel trentacinque, ha partorito mia madre ed è tornata in questo appartamento alla fine del quarantasei dalla campagna tra Garlasco e Mortara dove era sfollata durante la guerra. Mio nonno per quasi vent’anni ha fatto avanti e indietro da Gustavsberg, la sua città natale, per seguire la rappresentanza di una fabbrica di tubi e così nonna Rina ha allevato mia madre quasi da sola. L’ha fatta studiare, l’ha vista fidanzarsi con un uomo più vecchio di lei, è stata al suo matrimonio e infine al suo funerale. Nel frattempo Albert, il giorno degli scontri di Valle Giulia (nonna se lo ricordava perchè aveva la televisione accesa quella sera), ha telefonato per un’ultima volta dalla Svezia per annunciare che non sarebbe più tornato. Così io sono cresciuta qui e quando mia nonna è morta nell’ottantanove ho voluto rimanere in questa casa. Questa è la casa di mia nonna. Ma anche la mia.” Mi manca il fiato e un posto dove sprofondare. Ma Debra, improvvisamente, scoppia in una risata e si siede sulle mie ginocchia abbracciandomi. “Forte, vero? Era l’assignment della terza settimana del corso di scrittura creativa. La storia della tua famiglia in meno di duecentocinquanta parole. Ormai lo so a memoria.” La guardo e so che mi innamorerò di lei. E che mi incasinerò la vita. Un’altra volta. Mi lascia un bacio sulla guancia e si alza. “Andiamo?” Andiamo.
Il seguito di quel giorno comprende il cinema e il ristorante. Della cena posso affermare con sufficiente sicurezza che verso le nove iniziamo a mangiare, con la giusta voracità che soddisfa i camerieri, una grossa porzione di lamprai al mio ristorante cingalese preferito. Il cibo speziato infiamma i nostri palati e placa le nostre voglie gastronomiche, costringendoci a bere quantità smodate di acqua. Entrambi andiamo alla toilette almeno un paio di volte durante la serata. E tra una pausa fisiologica e l’altra parliamo, ci guardiamo negli occhi, ci sfioriamo le mani. Come secondo appuntamento non è davvero niente male. Del film delle ore precedenti, stranamente, non ricordo nulla. E’ inusuale poiché per quanto possa essere scadente una pellicola credo di non aver mai dimenticato un titolo che ho visto assieme ad una ragazza. Tranne in questo caso. E sono abbastanza sicuro che il film non fosse pessimo: Debra ha dei gusti cinematografici molto simili ai miei. Non le ho mai chiesto in seguito se si ricordasse di quel film. Forse per via della paura che mi rispondesse “Ma certo. Il film si intitolava ***, e tu hai passato due ore a tenere la mano sulla mia coscia invece che guardare lo schermo”. Comunque penso di non averlo fatto per davvero quella domenica con Debra. Mi piace pensare di aver fatto una buona impressione e che ciò è stato funzionale alla nascita del nostro rapporto. Così, dopo aver sistemato il conto (diviso a metà: le mie maschie insistenze iniziali naufragano quando lei dice, sorridente e affascinante, “Ti spezzo un braccio se non mi fai pagare la mia parte.”) la riaccompagno a casa di sua nonna. Cioè, a casa sua.
Sulla soglia del portone stiamo entrambi in silenzio, a guardarci. Poi, quasi nel medesimo istante, avviciniamo le nostre teste e ci concediamo un fuggevole bacio. Debra mi regala anche una leggera carezza. Poi saluta e chiude la porta dietro di sè.
So che i mesi a venire saranno pieni e impegnativi.

1 dic 2010 - BLOG, PENDOLARISMO, VITA    Nessun Commento

Un anno dopo

Sedili sbrecciati e odore di urina. Al passaggio lento nelle stazioni di paese sfilano accanto ai binari i grossi e recenti caseggiati, tinti con colori tenui. Osservo le cucine illuminate, quelle con le piccole luci sulle cappe aspiranti e quelle dalle grosse e calde luci gialle. Vedo singole persone e famiglie che si preparano, che consumano veloci colazioni, raramente leggono un giornale. Tanti piccoli rifugi, tante piccole e calde tane dove le mini tribù familiari si rifugiano al termine di una lunga giornata in ufficio, in fabbrica, a scuola. Bozzoli rassicuranti dove poter consumare pasti e cene, raccogliersi attorno allo schermo televisivo, totemico e piatto, dove potersi addormentare al sicuro e lasciare che gli incubi peggiori affiorino di notte tra le pieghe del subconscio. Il treno accelera e questi archetipi di vita quotidiana sfrecciano via, sempre più indietro e sempre più lontano. La pioggia, sottile e nebulizzata, crea un velo che sfoca i campi e gli ammassi di capanni industriali. Abbassa la risoluzione del paesaggio e mi risparmia la vista dettagliata dei binari, della sporcizia ai lati delle strade,dei muri imbrattati, dei mezzi pubblici affollati di studenti e lavoratori e dai vetri appannati, della galleria in cui il treno si tuffa per percorrere l’intera città scansando radici, tubature, scarichi e cantine colme di vecchie biciclette e armadi tarlati.

3 giu 2010 - PAROLE SCRITTE    2 Commenti

Sola andata

Il surrogato di caffè si stava raffreddando rapidamente nella tazza di metallo smaltato. Il sapore amarognolo di erbe decotte faceva il paio tutte le mattine con la pioggia sporca che incessantemente batteva sul vetro della finestra.
“Ne hai un poco anche per me?” chiese la ragazza alzandosi dal letto. Non c’erano molte parole da spendere quella mattina. In ogni caso non ne trovava di adeguate e così restò in silenzio prendendo un bicchiere scheggiato dal lavabo e versandoci il fondo del liquido scuro rimasto nel bricco.
Quando l’aveva vista per la prima volta, il giorno prima, aggirarsi tra le bancarelle del suq improvvisato di piazzale Abbiategrasso non si era accorto di quanto fosse magra. La tuta da lavoro di un grigio indefinito e la felpa di almeno due taglie più grande nascondevano quel corpo pallido e spigoloso che ora stava nudo in piedi accanto a lui tenendo tra le mani il bicchiere che le aveva allungato. Le scapole e i fianchi in evidenza assomigliavano a quelli di tante altre persone disperate. Ma il leggero sorriso che non aveva abbandonato il viso della ragazza raccontava piuttosto un’altra storia.
Era l’ultimo sabato di ottobre ed era stata una giornata insolitamente mite. La temperatura non era ancora così bassa da doversi preoccupare del razionamento di elettricità e il cielo aveva rigettato solo una leggera e breve pioggia nel tardo pomeriggio. Camminando tra i gruppi di xenosquatti che infestavano i fatiscenti palazzoni del vecchio comprensorio scolastico era stato assalito dal dubbio di non riuscire a trovare ciò che stava cercando. Aveva seguito le indicazioni che il Barba gli aveva dato qualche giorno prima alla distribuzione settimanale delle tessere al ricovero di viale Ortles. Cerca il Polacco, gli aveva detto. Non era difficile: tra tavolaccie e coperte stese per terra colme di stoviglie, di abiti dismessi, di strumenti dall’uso sconosciuto, di pipe e distillatori di varia foggia, di razioni militari in scatola, di sacchetti di erbe varie, di medicinali scaduti, di vecchi apparecchi elettronici e di corpi in vendita, l’unico che sembrava immutabile nel tempo era proprio il Polacco.
Lo aveva trovato dove sostava sempre: accanto alla rampa sbarrata che conduceva ai tunnel della metropolitana. Sulla sua piccola bancarella erano disposte in file ordinate un paio di dozzine di icone bizantine e greche dipinte su legno. Si era sempre chiesto se il Polacco le vendesse davvero quelle piccole tavole di foggie differenti e abilmente dipinte oppure se facesse soltanto l’intermediario di affari polverosi e macchiati di smog. Gli unici possibili sotto il cielo grigio della città assediata.
Era stato allora che aveva notato quella ragazza che si aggirava tra le persone, scroccando sigarette e gallette salate. Sorrideva e si guardava attorno come fosse una qualunque adolescente della Zona Protetta durante lo shopping del fine settimana nei mercati riservati. Adesso che stava cercando i suoi indumenti tra le lenzuola del letto e sotto il medesimo sembrava improvvisamente più vecchia. Era solo un’impressione? La sera prima aveva percorso a lungo il magro corpo con le sue mani dopo che lei, un po’ divertita, aveva rotto gli indugi e si era spogliata. E poi avevano impregnato di sudore le lenzuola lise del letto. Lui si era quasi commosso. Non tanto per il sesso, ma per essere stato di nuovo abbracciato e stretto ad un altro corpo.
Il Polacco aveva contato le poche banconote. Le aveva infilate in una tasca della sua giacca, piegate, e poi gli aveva indicato un gruppetto di persone sedute vicino a dei cespugli rinsecchiti. Sembravano occupate unicamente a passarsi un grosso contenitore di alluminio da cui bevevano a turno. Avvicinandosi si accorse dei loro sguardi. Lo stavano valutando e soppesando. Non ebbe bisogno di dire nulla. Avvisato in qualche modo dal Polacco un giovane dalla pelle olivastra e dei lunghissimi capelli neri si alzò, prese un piccolo sacchetto riposto tra i rovi e glielo porse. Gli bastò una rapida occhiata per avere conferma del suo contenuto.
Dall’appartamento vicino giungevano i suoni di una radio sintonizzata sul canale governativo. Stavano replicando, come ogni ora da un paio di mesi, l’annuncio ufficiale della costruzione delle scialuppe. La ragazza terminò di vestirsi. “Tu ci credi, a quella roba?” Cosa poteva risponderle? Che il solo pensiero era così grande, così spaventoso che non riusciva ad entrare tutto nella sua testa? O che si era stancato della sua vita ben prima di venire a conoscenza di un’onda che l’avrebbe strappata via assieme a quella di chiunque altro? “Io penso che ci stiano raccontando un sacco di balle” disse lei. “Di certo non costruiranno niente del genere… E poi: dove porterebbero la gente?” Si limitò ad annuire. Non che avesse molta importanza, ormai.
La ragazza si era avvicinata, infine. Piccoli framenti di cibo erano posati sulle sue labbra che serravano una sigaretta storta. I capelli crespi ma puliti, gli occhi vividi e un leggero sorriso contrastavano con l’umanità emerginata che sciamava nella piazza. Non ho nulla da offriti, le disse. “Non importa, mi basta un posto dove stare stanotte. Possiamo scopare, se vuoi.” Il Barba gli avrebbe suggerito di lasciar perdere, ne era certo. Di solito dispensava borbottando quel tipo di saggezza da strada mentre si preparava una sigaretta con foglie esiccate raccolte chissà dove: le randagie portano irremediabilmente dei guai, e la nostra vita ci prende già a calci a sufficienza. Sarebbe stato un buon suggerimento se non fosse che il Barba stesso aveva un suo piccolo harem di ragazze di strada, randagie, come le chiamava lui, con cui si accoppiava regolarmente in cambio di dosi di simpadrina. Tra l’altro quella ragazza non gli solleticava l’innato senso di prudenza che si sviluppava vivendo al di fuori della zetapì. Al contrario, sembrava lei stessa preda di una leggerezza e di una incoscienza tipicamente giovanile. Se fosse rimasta nei dintorni del piazzale dopo il tramonto probabilmente la vita non le sarebbe parsa più così piacevole.
Scosse la testa. Sii onesto, si disse: ieri sera hai accettato perchè perchè non ricordavi più l’ultima volta che hai toccato una donna. E perchè hai già acquistato il tuo biglietto di sola andata. Le chiese se volesse delle confezioni di cibo in scatola. Le aveva ritirate quella stessa settimana e avrebbero potuto durare a lungo. Lei allungò una mano e gli sfiorò il viso. “Grazie, ma non ne ho bisogno. Me la cavo.” Aprì la porta e prima di richiudersela alle spalle disse: “Grazie.” No, grazie a te.
E alla fine rimase solo con il suo letto disfatto, il caffè freddo e la pioggia che ticchettava sulla finestra. Come sempre. Recuperò il sacchetto che la sera prima aveva riposto sul piccolo frigorifero e prese in mano l’oggetto. Una pistola artigianale, poco metallo e tanta plastica. Senza caricatore, un solo proiettile in canna. Un’arma economica per rapine economiche. Usa e getta, se non ti esplode in mano prima. Un’arma da disperati.
Mancavano parecchi anni. Probabilmente decine di anni. Così dicevano alla radio e sui canali della rete civica. Ma lui non aveva più l’animo di aspettare. Al diavolo l’Onda. Puntò la pistola e premette il pistoncino.
Scoprì che l’ultimo pensiero si spense così velocemente che non riuscì nemmeno a completarlo.