Oggi piove ed è uno di quei giorni in cui mi capita di pensare a Debra.
Ci sono giorni in cui affastello un gran numero di pensieri e di ricordi e di norma questi sono giorni piovosi. L’acqua che gocciola nelle grondaie, che ticchetta sul tetto dell’automobile e ne riga i vetri, che si raccoglie in pozzanghere per la strada sembra rappresenti uno stimolo irresistibile a rievocare facce, luoghi e situazioni. Non tutti i ricordi sono piacevoli; anzi talvolta succede che lunghi temporali mi trasportano lungo i percorsi della memoria altalenando tra rabbie, rancori e nostalgie. Però sono i miei ricordi. E quando piove succede che porto il cursore della memoria indietro e rivedo momenti lontani come una registrazione che tende a sbiadire e a essere sopraffatta dal rumore di fondo.
Oggi, appunto, piove.
Mi rivedo seduto sul bordo del vecchio letto della nonna di Debra a osservare la piega delle lenzuola bianche e la simmetria delle cuciture della testata in attesa che lei termini di frugare in una specie di sgabuzzino. E’ una domenica pomeriggio e dalla finestra con le imposte chiuse, ma molto attenuato, giunge il rumore del rado traffico periferico. Poco più di mezz’ora fa abbiamo parcheggiato dall’altro lato della strada dopo essere tornati da una gita sul lago e, entrando nel bilocale dagli alti soffitti in cima alle strette scale, lei mi dice: “Questa è la casa di mia nonna.” Vive con sua nonna o siamo finiti qui solo perchè tutte le domeniche pomeriggio la progenitrice si trovava altrove con altri coetanei a giocare a carte? Ovviamente la vera domanda (o forse sarebbe meglio dire il desiderio) che faccio finta non mi risuoni in testa è: stiamo per scopare?
Quel giorno ancora non ho scoperto cosa veramente mi attrae in Debra. Poco sorprendentemente non ho realizzato già che lei rappresenta tutte le donne che avevo incontrato fino a quel momento nella mia vita e quelle con cui avrei condiviso parte dei miei anni futuri. Quel giorno penso ancora che il motivo sia che la ragazza con cui ho passeggiato lungo la piccola darsena di Dervio sia bella. Indubbiamente lei lo è. E’ alta, ha corti capelli scuri dai riflessi ramati, ha una pelle bianca, liscia e morbida che sembra essere stata scelta per accoppiarsi alla perfezione con i suoi occhi grigi e blu. Se si ha la fortuna di vederla nuda non si può fare a meno di pensare che abbia il dono di una sensuale armonia complessiva. In realtà Debra sfugge gli sguardi frettolosi. Non fa girare la testa per strada, non si fa seguire dai complimenti dei suoi pazienti, né si permette i clacson per la strada. Occorre fermare i propri occhi su di lei per il tempo necessario per iniziare a vederla davvero, e allora si vede che è davvero bella. Anzi bellissima.
Quel giorno tengo le mani poggiate sulle ginocchia, lo sguardo perso tra i dettagli di quel grande letto di legno scuro, dalla biancheria profumata di lavanda e dagli inserti di cuoio rosso. Continuo a studiare il risvolto del lenzuolo e il piccolo ricamo azzurrino che ne marca l’estremità per evitare di fare pensieri del tipo: E se tra poco entra sua nonna, magari con il seguito degli altri giocatori, e ci sorprende nudi mentre ci rotoliamo sul suo giaciglio? Cerco di scacciare la visione di un gruppo di candidati alla residenza permanente in qualche struttura assistenziale che entrano in casa e scoprono che quella svergognata di nipote non prova nessun rimorso a mancare loro di rispetto invitando l’amichetto debosciato di turno a fare cose innominabili sul letto della nonna, nel cassetto del cui comodino magari è conservata la fotografia dell’amato marito, uomo rispettabilissimo, integerrimo e dai sanissimi principi morali. Mi impongo pertanto di fissare con ancora più attenzione il mobilio di quella stanza. Ammetto, è vero, che l’immagine di Debra che si spoglia (completamente sceneggiata e renderizzata nella mia testa) è assolutamente piacevole; ma è altrettanto vero che per tutto il giorno ho goduto della sua compagnia senza pensare per un solo istante che saremmo potuti finire a letto. Almeno, fino a quando mi ha detto, a metà percorso sulla tangenziale cittadina, “Esci alla prossima, ti porto in un posto.” Mi piacciono le donne che prendono l’iniziativa. Non potrebbe essere altrimenti per un timido come me. Ma l’idea di una vecchia che agita un bastone nella mia direzione mi frena un poco. Tutti questi pensieri sfrecciano nella mia mente come lampi che scaricano differenze di potenziale da un polo all’altro e forse mi si leggono in volto. Devo essere un poco ridicolo. Anzi, lo sono sicuramente, visto che quando alzo la testa Debra è in piedi sull’uscio della stanza e mi fissa con quel suo tipico, leggero e obliquo sorriso che sembra dire un sacco di cose. O forse nulla. In mano ha degli abiti e ha sciolto i capelli prima raccolti in una piccola coda. “Mi cambio, così possiamo andare al cinema e poi a cena”. Non stiamo per scopare.
Quel giorno è il mio quarto giorno. Quattro giorni da quando ho imparato a vederla per davvero. Nove da quando mi ferma all’uscita della metropolitana, rimproverandomi: “Ieri sera non c’eri!” Cazzo! Sto diventando rosso, proprio lì, all’imbocco della rampa per la stazione di Porta Genova, in mezzo al flusso dell’orario di punta serale. Perlopiù ragazzi con lo zainetto in spalla, impiegati in giacca e cravatta, qualche mamma con bimbo. La gente non si ferma e devia appena i propri passi per scansare noi due, fermi al centro del primo gradino. Dov’è che avrei dovuto essere? “Al raid di gilda” continua questa tipa poco più alta di me, i suoi occhi piantati sulla radice del mio naso. Merda: mi è completamente passato di testa. La pizzata dei Postini della Giustizia del mese precedente. La gilda è reduce da una serie di visite di cortesia alla Cittadella per testare un po’ di strategie e combinazioni. Per spezzare la noia è stato deciso di intervallare le gite nei luoghi ameni di Azeroth con organizzazioni di feste a sorpresa a casa dell’Orda. Ma quella settimana ho avuto un sacco di lavoro, un sacco di ore di sonno perse e un sacco di cose non dette a Paola. E così la sera prima ho scelto dall’archivio, settore Gus Van Sant, un titolo che non avrebbe fatto a pugni con con il mio stato d’animo: Drugstore Cowboy. Matt Dillon e droghe varie. William Burroughs. Viaggi e morte. Cinema allo stato puro. Non ho acceso il pc, nemmeno per leggere la posta. E ora ho paura di dovermene pentire. Provo a sforzarmi. Ma sì, è la ragazza che era seduta accanto a Vittorio, uno degli animatori dei raid serali. Mi ricordo di te, dico. E invece vorrei chiederle come mai lei si ricorda di me e come ha fatto a notare la mia assenza. Sorride e allunga la mano, come mi avesse già scrutato nel profondo e avesse capito che sono assolutamente incapace di ricordare i nomi delle persone. “Debra, ci ha presentato Vittorio.” Ovviamente. E me ne esco con uno squallido: Debra come Debra Winger? Il sorriso si allarga. “Di solito la gente pensa che sono balbuziente o che all’anagrafe abbiano sbagliato a trascrivere il mio nome.” O magari la associa ad un’attrice più vecchia di lei e dal curriculum poco memorabile. Ma è educata e non dice nulla. Io, invece: sono Carlo. “Lo so.” Mi ha appena steso.
E così, verso le diciotto di venerdì sera della settimana precedente, avevo conosciuto una donna – l’unica dal nome esotico che abbia mai incontrato – che ora si stava togliendo maglietta e tuta per infilarsi un abito tardo primaverile e scarpe con tacco basso. La veste ha i colori tenui e un disegno piuttosto anonimo ma nel complesso Debra è una favola. Mi rendo conto che oggi non l’ho ancora detto. Sei bellissima. “Grazie! Ero indecisa se mettermi questo abito; l’ho comprato l’anno scorso ma non l’avevo ancora indossato.” E perchè lo tieni qui a casa di tua nonna? Lo domando, vedo il suo sopracciglio alzarsi e le sue braccia incrociarsi sul petto e capisco di aver detto una cazzata. “Questa è casa di mia nonna Rina. E’ nata qui, due mesi dopo che i miei bisnonni sono venuti a Milano da Belluno. Suo padre Giuseppe faceva il pasticcere e ha preparato paste per Ramozzi, in via Torino, finchè una febbre l’ha portato via. Aveva anche un fratello maggiore, Emanuele, ma non tornò dall’Isonzo, dove era stato mandato nell’autunno del novecentoquindici. Si è sposata con nonno Albert nel trentacinque, ha partorito mia madre ed è tornata in questo appartamento alla fine del quarantasei dalla campagna tra Garlasco e Mortara dove era sfollata durante la guerra. Mio nonno per quasi vent’anni ha fatto avanti e indietro da Gustavsberg, la sua città natale, per seguire la rappresentanza di una fabbrica di tubi e così nonna Rina ha allevato mia madre quasi da sola. L’ha fatta studiare, l’ha vista fidanzarsi con un uomo più vecchio di lei, è stata al suo matrimonio e infine al suo funerale. Nel frattempo Albert, il giorno degli scontri di Valle Giulia (nonna se lo ricordava perchè aveva la televisione accesa quella sera), ha telefonato per un’ultima volta dalla Svezia per annunciare che non sarebbe più tornato. Così io sono cresciuta qui e quando mia nonna è morta nell’ottantanove ho voluto rimanere in questa casa. Questa è la casa di mia nonna. Ma anche la mia.” Mi manca il fiato e un posto dove sprofondare. Ma Debra, improvvisamente, scoppia in una risata e si siede sulle mie ginocchia abbracciandomi. “Forte, vero? Era l’assignment della terza settimana del corso di scrittura creativa. La storia della tua famiglia in meno di duecentocinquanta parole. Ormai lo so a memoria.” La guardo e so che mi innamorerò di lei. E che mi incasinerò la vita. Un’altra volta. Mi lascia un bacio sulla guancia e si alza. “Andiamo?” Andiamo.
Il seguito di quel giorno comprende il cinema e il ristorante. Della cena posso affermare con sufficiente sicurezza che verso le nove iniziamo a mangiare, con la giusta voracità che soddisfa i camerieri, una grossa porzione di lamprai al mio ristorante cingalese preferito. Il cibo speziato infiamma i nostri palati e placa le nostre voglie gastronomiche, costringendoci a bere quantità smodate di acqua. Entrambi andiamo alla toilette almeno un paio di volte durante la serata. E tra una pausa fisiologica e l’altra parliamo, ci guardiamo negli occhi, ci sfioriamo le mani. Come secondo appuntamento non è davvero niente male. Del film delle ore precedenti, stranamente, non ricordo nulla. E’ inusuale poiché per quanto possa essere scadente una pellicola credo di non aver mai dimenticato un titolo che ho visto assieme ad una ragazza. Tranne in questo caso. E sono abbastanza sicuro che il film non fosse pessimo: Debra ha dei gusti cinematografici molto simili ai miei. Non le ho mai chiesto in seguito se si ricordasse di quel film. Forse per via della paura che mi rispondesse “Ma certo. Il film si intitolava ***, e tu hai passato due ore a tenere la mano sulla mia coscia invece che guardare lo schermo”. Comunque penso di non averlo fatto per davvero quella domenica con Debra. Mi piace pensare di aver fatto una buona impressione e che ciò è stato funzionale alla nascita del nostro rapporto. Così, dopo aver sistemato il conto (diviso a metà: le mie maschie insistenze iniziali naufragano quando lei dice, sorridente e affascinante, “Ti spezzo un braccio se non mi fai pagare la mia parte.”) la riaccompagno a casa di sua nonna. Cioè, a casa sua.
Sulla soglia del portone stiamo entrambi in silenzio, a guardarci. Poi, quasi nel medesimo istante, avviciniamo le nostre teste e ci concediamo un fuggevole bacio. Debra mi regala anche una leggera carezza. Poi saluta e chiude la porta dietro di sè.
So che i mesi a venire saranno pieni e impegnativi.