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12 dic 2011 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Implacabile

Implacabile come il tuono in una giornata screziata di fulmini, arriva la tua telefonata. Ogni volta è un sussulto, una sorpresa dal gusto amaro come le goccie dell’anestesia del dentista che sono spillate dall’ago premuto sulla gengiva e raccolte in fondo alla bocca. Mi chiedi, anzi mi ordini, di venire a prenderti all’uscita del tuo ufficio: quel palazzone sulle cui vetrate si riflettono le nubi della periferia e nel quale non si entra senza una tessera di plastica come la tua, prova tangibile dell’appartenenza alla tribù dei piùcazzuticonsulentidaziendadelmondo. Dovrei essere duro, ma sono solo stanco, colto alla sprovvista e del tutto impreparato. Non riesco a mandarti a fare in culo e tu ovviamente non ti aspetti nulla di meno. La tua voce è sbrigativa come una cassiera di supermercato che sta dando il resto all’ultimo cliente del giorno. Vuoi mangiare pesce, stasera. Non colgo nemmeno il nome del ristorante, è sicuro che non lo conosco; d’altra parte non frequento tutti quei locali dove la tua tribù cena, o prende l’aperitivo, o ordina costosi millesimati, o si ritrova dopo il teatro e il cinema o dei quali comunque vi scambiate biglietti da visita e indirizzi. Dal numero di posti in cui mi hai trascinato negli ultimi due anni sembrerebbe che in ufficio non facciate altro. Ovunque ci sediamo il maître o il cameriere – e più spesso entrambi – ti sorridono e ti salutano lasciando intendere una frequentazione abituale e indugiano sul mio volto solo un istante, giusto il tempo per rendersi conto che nella coppia assortita che costituiamo sporadicamente il maschio alfa è in realtà la femmina. Trovi naturale che per tutta la durata della cena, esattamente come sta succedendo anche stasera, il giovane dalla giacca bianca e lisa graviti permanentemente attorno al nostro tavolo, che ti chieda ogni cinque minuti se tutto è di tuo gradimento, che ti riempia il bicchiere del vino chinandosi lievemente per avere una chiara visione delle piene rotondità che emergono dall’ampia scollatura e che mi sottragga il piatto senza preoccuparsi di verificare se io abbia terminato di mangiare quella semplicissima sogliola al sale cotta al forno che pagheremo come una paillard di balena. Non dico nulla e mi odio per questo. Tu lo sai, ma fa parte del tuo esercizio quotidiano, l’umiliazione, e la dominazione ferormonica. Se dipendesse da me ti trascinerei nel parcheggio di questo pretenzioso ristorante, ricoperto di ghiaia fine nemmeno fosse un giardino zen giapponese nel quale grosse berline parcheggiate alla rinfusa fungono da rocce simboliche, e ti allungherei un sonoro schiaffo, incurante degli sguardi divertiti degli sguatteri che si affacciano dalla porta esterna delle cucine. Invece, è ovvio, sopporto in silenzio anche il caffè. Poi finalmente ti alzi e ti dirigi verso l’uscita, lasciando che la tua carta venga strisciata con un gesto libidinoso dal maître. Sto trattendendo il fiato, me ne accorgo. E anche tu, mentre prendi dalle mani della guardarobiera il tuo soprabito. Sorridi: è questo il tuo momento. Il momento in cui decidi se le poche decine di grammi di pesce che hai piluccato meritano un’intera notte di riposo indisturbato, da sola nel tuo letto, o se questo amalgama di proteine e grassi improbabilmente nocivo debba essere annichilito immediatamente con un paio di ore di sesso. Possibilmente non autoprodotto. Possibilmente con me, è il mio incontrollabile pensiero. Ti desidero. E mi odio. Sempre.

28 lug 2010 - PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

La perfezione dell’hamburger

Buongiorno signorina Clara,
mi presento: mi chiamo Carlo e sono ovviamente la persona che ha scritto e ha lasciato questa breve lettera accuratamente piegata nella busta che ora lei ha appena aperto. Lo so, lei non si chiama Clara, ma dovevo pure trovare un nome con cui chiamarla: non potevo sempre riferirmi a lei, nei miei pensieri, come alla “signorina dell’insalata”. Sì, insalata, perchè da quando l’ho notata per la prima volta a pranzo, qui da
Leone, stava mangiando un’insalata. E sappiamo entrambi che lei ordina sempre lo stesso tipo di insalata, tutti i giorni, sia che piova, che ci sia il sole o un vento freddo che spazza i marciapiedi. D’altraparte la capisco bene. I primi giorni avevo scelto questo piccolo ristorante all’angolo perchè è vicino all’ufficio e durante la mia pausa non ho voglia di fare troppa strada a piedi. Si tratta di una questione di comodità, capisce? Ma poi ho scoperto che il grosso cuoco dietro il bancone è un vero maestro nel preparare le poche pietanze che ha deciso di inserire nel suo menu. Mi sono bastati pochi pranzi per compiere la mia scelta: il mio piatto irrinunciabile è l’hamburger à la Leone. Che a ben vedere non sembrerebbe aver alcunché di eccezionale: carne cotta alla piastra, pane abbrustolito, qualche patata e foglie di lattuga di contorno. Ma non appena si addenta questo etto, o poco più, di carne perfettamente dorata all’esterno e rosea e sana dentro il sapore si fonde in perfetta armonia con il pane e le patate (e guai a rovinare la poesia del suo sugo con del ketchup o della maionese!) e non vi sono più dubbi: si tratta del miglior hamburger che si possa assaporare in questo scorcio di città. E forse dell’intera metropoli. Sono certo che, alla stessa maniera, lei abbia avuto modo di gustare le insalate proposte in quattro varianti e abbia alla fine scelto una di esse eleggendola a suo piatto preferito. Dal posto in cui io mi siedo sempre, il tavolino metallico proprio accanto alla piccola vetrina, non riesco a vedere bene la sua insalata. Sarà la Primavera, con solo del pomodoro e mozzarella, oppure la Saracena, con legumi e mais, o la Cesare, con pezzi di pollo e crostini? Certo che se dovesse essere propio quest’ultima sarebbe quantomeno singolare: insalata Cesare servita da Leone… Curioso, non trova anche lei?
Sto divagando? Me ne scuso. Cerco allora di riprendere il filo del discorso. Le ho già scritto di chiamarmi Carlo. Lavoro al secondo piano di quella palazzina gialla a mezzo isolato di distanza dal nostro ristorante. (Sì,
nostro perchè nelle ultime cinque settimane né io né lei abbiamo saltato un solo hamburger o una sola insalata). Se anche lei usa la metropolitana ci passerà senz’altro davanti tutti i giorni, la mattina e la sera. Al secondo piano, dicevo, ci sono gli uffici dell’azienda per la quale lavoro da ormai cinque anni: Hoffmann. La conosce, vero? Pubblica il principale catalogo di vendita per corrispondenza di biancheria femminile. Proprio il mese scorso ha acquistato un’intera pagina pubblicitaria sul quotidiano cittadino. Insomma il mio lavoro non è certo di quelli importanti: non dirigo il settore finanziario, non pianifico le campagne pubblicitarie e nemmeno mi occupo del gruppo di giovani stilisti che disegnano tutti i nostri reggiseni. Più semplicemente scrivo gli auguri di buon compleanno. Aspetti! Non ha capito bene, lo so. Adesso le spiego meglio. Vede, il nostro catalogo è distribuito in cinque lingue praticamente in tutta Europa. Abbiamo perciò clienti in molti paesi; c’è chi compra solo un coordinato di pizzo rosso per Natale e chi acquista regolarmente per tutta la famiglia, nonne e nipotine comprese. Capirà quindi che abbiamo moltissime clienti. (Detto incidentalmente: questo è un fatto che fa piacere a tutti noi dipendenti). L’azienda si impegna sempre in una serie di iniziative per fidelizzare le nostri clienti: buoni sconto, offerte riservate, campioni omaggio, auguri di compleanno. Ebbene io mi occupo proprio di questo: ogni giorno estraggo dai nostri elenchi dell’amministrazione i nomi di chi compie gli anni e invio loro gli auguri di Hoffmann. Il nostro reparto marketing mi ha fornito quattro o cinque modelli di lettera, da utilizzare a seconda se dobbiamo scrivere ad una giovane ragazza tedesca oppure ad una matura signora greca. Però io, di mia iniziativa, cerco sempre di personalizzarle un poco. Non so, un saluto leggermente differente, oppure una riga in più in cui auguro ogni bene. Ho così l’impressione di dare il mio piccolo contributo alla felicità di quelle persone. Chissà! Magari anche lei è una nostra cliente e ha ricevuto quest’anno gli auguri di buon compleanno. Ecco, se le fosse successo per davvero ora lei sa che sono stato io a mandarle quella busta. Certo, una busta più pregiata di quella che contiene questa mia lettera: azzurrina, confezionata con una carta piacevole da tenere in mano, e con il logo dorato dell’azienda in alto a destra. Io mi posso permettere solo un semplice foglio bianco e un’altrettanto anonima busta senza decorazioni. Ma quello che conta è il contenuto, giusto?
A questo punto probabilmente si sta chiedendo il motivo per cui le ho scritto questa lettera. La risposta più onesta che le posso dare è che fino ad oggi non ho trovato il coraggio di alzarmi dalla mia sedia e coprire la brevissima distanza che ogni giorno ci separa all’interno del locale di
Leone. Da parecchi giorni ormai sto pensando di interrompere il suo pranzo, di scusarmi per per l’improvvisa invasione del suo spazio privato, di sedermi accanto a lei e di presentarmi. Lo penso, ma non riesco a concretizzare questa semplice sequenza di azioni. Sono timido, lo avrà compreso. Se non lo fossi, se avessi maggiore confidenza in me stesso, non sarebbe stato necessario scrivere questa lettera. Vorrei portarmi accanto al suo tavolo, dicevo, e raccontarle di tutte le giornate che ho trascorso nell’attesa della pausa, del momento in cui poter uscire dall’ufficio e di sedermi nel ristorante, nell’angolo, e attendere che lei arrivi (di solito pochi minuti dopo di me) e ordini la sua insalata. Vorrei raccontarle di come osservando i suoi gesti – l’uso della forchetta, il telefono che regge con una mano sola, talvolta i brevi appunti che scrive su un piccolo taccuino nero – io abbia cercato di capire meglio la sua essenza. Vorrei spiegarle che la sua semplice presenza, tutti i giorni, a pochi metri da me, mi infonde una inspiegabile serenità interiore e allo stesso tempo un fremito. No, non un’inquietudine. E’ più come la sensazione che si prova a passare il palmo della mano sulla pelle sensibile. Piacevole e  difficile da sopportare a lungo. Per essere precisi: non intendo affermare che io non la sopporto. E’ il brivido che si fa sempre più intenso e alla fine si deve trattenere il respiro.
Voglio che lei non si allarmi. Non sono un molestatore. Non deve temere di consumare la sua insalata da Leone. Mi è stato sufficiente confessare questa mia segreta passione. Non pretendo nemmeno che lei mostri di avermi riconosciuto, alla prossima pausa pranzo, o che volga semplicemente lo sguardo verso di me. Io mi nutrirò della sua presenza, che ormai mi è indispensabile quanto il piatto del nostro cuoco. E sogno che un giorno, chissà, lei possa stancarsi di essere un’altra anima sola in questa nostra grande città e voglia vincere la sua riservatezza chiedendomi di farle compagnia al suo tavolo.

con rispetto, Carlo

12 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    1 Commento

Entro sera sarà sereno

Abbiamo trascorso la mattinata a camminare tenendoci per mano, dirigendoci lungo la bianca spiaggia verso sud. Un passo dopo l’altro, la tiepida sabba tra le dita dei piedi e l’oceano alla nostra destra. Non abbiamo parlato molto. Non ve n’era bisogno.
Il cielo si fa più scuro e minaccioso. Ci inoltriamo tra la vegetazione costeggiando i bassi bungalow. Un leggero vento si è alzato e scuote le grosse foglie sopra le nostre teste. Due ragazze ci superano correndo, timorose che inizi a piovere.
Ci infiliamo i sandali e raggiungiamo il grosso spiazzo d’ingresso del resort. Inservienti in polo bianca stanno spingendo carrelli colmi di bagagli. Una giovane manager prende appunti su una cartelletta mentre ascolta un addetto alla manutenzione. Facciamo un cenno ad uno dei taxi in attesa, che si avvicina pronto alla banchina. All’uomo seduto al posto di guida diamo un indirizzo che conosce bene.
L’auto si infila sulla Eldemire Drive e accelera superando un paio di collettivi carichi di operai che si spostano tra i cantieri. Grosse goccie d’acqua iniziano a infrangersi sul parabrezza. L’autista percorre le ultime centinaia di  metri con il piede più leggero sul pedale dell’acceleratore.
Arriviamo a destinazione sotto un temporale che si è inspessito. L’acqua crea piccole roggie lungo la strada e il vento agita tutto ciò che non è fissato. Una famiglia si sta riparando sotto la tettoia del distributore di benzina all’estremità della via.
Il nostro ristorante è una piccola costruzione in legno dipinto a striscie colorate verticali. Un po’ kitsch con le sue tovaglie di plastica e i fiori finti. Attorno a noi i tavoli sono occupati prevalentemente da giovani che parlano tra loro o che osservano la televisione appesa al muro. Sta trasmettendo un notiziario americano e la grafica mostra una tempesta tropicale che dalle coste cubane ha fatto rotta verso le Cayman e la porzione occidentale della nostra isola. Di tanto in tanto la corrente se ne va ma qui nessuno sembra farci caso.
Ordiniamo zuppa di pesce, jerk di maiale e patate fritte. Mentre aspettiamo che la grande matrona del sorriso cordiale e birichino ci serva plachiamo la sete con grandi boccali di frullato di banana.
I piatti bianchi arrivano colmi di pietanze, accompagnate da ciotole di riso e piselli. Un paio di tuoni gorgheggiano all’esterno mentre il vento fa sbattere la copertura in plastica di una finestra. Una ragazzina entra nel ristorante, completamente fradicia. La proprietaria la abbraccia, le scompiglia i capelli arruffati e le consegna un grosso involucro di carta stagnola. La giovane ringrazia sorridente e corre via di nuovo sotto l’acqua.
Paghiamo il nostro pasto e la matrona ci invita a tornare l’indomani: preparerà il suo famoso pollo speziato con crema di cocco. Si accorge che stiamo osservando il muro d’acqua che scintilla all’esterno facendosi strada tra il vento e l’aria. Ci sorride e dice: entro sera sarà sereno.
E così è.