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15 mag 2012 - BLOG, PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Una sera di fine aprile

Una sera di fine aprile. Il vento spinge sulle persiane e sibila tra gli infissi. L’aria è più che fresca e sembra che il cielo voglia opporre un’ultima resistenza alla bella stagione, quasi provasse nostalgia del freddo di marzo e delle ultime pioggie. Due pentole: una alta e stretta, l’altra larga e bassa. Riempio la prima con acqua, aromi, una carota, un sedano e un cucchiaio abbondante di dado in polvere. Lascio arrivare gradualmente a ebollizione. Mi infilo le cuffie e cerco nella libreria una brano adatto: qualcosa tipo electronic ambient. Sul ripiano ho disposto il tagliere. Riduco i due cipollotti bianchi in piccoli cubetti inoffensivi. Denudo due spicchi d’aglio e li incido a metà. Due giri d’olio d’oliva nell’altra pentola e poi dentro le due vittime del mio coltello e una porzione generosa di burro. Mentre la cipolla inizia a passire scolo l’acqua di ammollo dei funghi, li resuscito con un’abbondante doccia di acqua corrente e verso un bicchiere di Verdicchio nella pentola. E’ il momento del riso: Carnaroli, senza esitazione. I chicchi amidosi si mescolano con la cipolla, si imbrattono d’olio e burro fuso, formano grumi che il cucchiaio di legno dal manico lungo impietosamente separa. Dall’altra pentola travaso due mestolate di brodo. Leggo l’ora sul grosso orologio analogico posto a fianco della cappa. Devo calcolare diciassette minuti. Il fuoco è al massimo, all’inizio. Il sugo biancastro tende ad asciugarsi velocemente nei primi minuti. Prorompenti eruzioni che fanno pensare alla superficie di un piccolo satellite gioviano scosso nel suo intimo da geotermìe inconfessabili. Pongo attenzione che chicchi anarchici non si attacchino tra loro e con il fondo della pentola. Brodo e cucchiaio di legno: ecco la tecnica. Poi abbasso la fiamma e i tellurismi si attenuano. I funghi, tagliati con sottile precisione e voluta noncuranza, vengono sospinti nella padella dove immediatamente abbracciano voluttuosi il riso. Adesso si tratta di attendere, rabboccare i liquidi e massaggiare i chicchi con movimenti costanti e sensuali. Al quindicesimo minuto assaggio il composto, addensato e cremoso, imbrunito e saporito, per regolare di sale. Due minuti più tardi spengo la fiamma e dedico qualche decina di secondi alla mantecatura. Una piccola spruzzata di pepe nero e coriandolo e di Parmigiano completano l’opera. Verso il Barolo decantato nel bicchiere, mi sfilo gli auricolari, e mi siedo a tavola. Chiudo gli occhi e non sono più solo.

18 lug 2010 - PAROLE SCRITTE    Nessun Commento

Il cielo è ormai chiaro oltre la finestra

Il cielo è ormai chiaro
oltre la finestra.
Dove andrai oggi?
Porterai con te
le parole di stanotte?
La luce, gli spazi
tra il cuscino e la parete:
un’impronta sul mio corpo.
Stringimi forte,
gli occhi chiusi,
non sogneremo ancora assieme.
Chissà se ci ricorderemo
della musica che ieri sera
saliva dalle strade.
Il cielo è ormai chiaro
oltre la finestra.

12 mag 2010 - PAROLE SCRITTE    1 Commento

Entro sera sarà sereno

Abbiamo trascorso la mattinata a camminare tenendoci per mano, dirigendoci lungo la bianca spiaggia verso sud. Un passo dopo l’altro, la tiepida sabba tra le dita dei piedi e l’oceano alla nostra destra. Non abbiamo parlato molto. Non ve n’era bisogno.
Il cielo si fa più scuro e minaccioso. Ci inoltriamo tra la vegetazione costeggiando i bassi bungalow. Un leggero vento si è alzato e scuote le grosse foglie sopra le nostre teste. Due ragazze ci superano correndo, timorose che inizi a piovere.
Ci infiliamo i sandali e raggiungiamo il grosso spiazzo d’ingresso del resort. Inservienti in polo bianca stanno spingendo carrelli colmi di bagagli. Una giovane manager prende appunti su una cartelletta mentre ascolta un addetto alla manutenzione. Facciamo un cenno ad uno dei taxi in attesa, che si avvicina pronto alla banchina. All’uomo seduto al posto di guida diamo un indirizzo che conosce bene.
L’auto si infila sulla Eldemire Drive e accelera superando un paio di collettivi carichi di operai che si spostano tra i cantieri. Grosse goccie d’acqua iniziano a infrangersi sul parabrezza. L’autista percorre le ultime centinaia di  metri con il piede più leggero sul pedale dell’acceleratore.
Arriviamo a destinazione sotto un temporale che si è inspessito. L’acqua crea piccole roggie lungo la strada e il vento agita tutto ciò che non è fissato. Una famiglia si sta riparando sotto la tettoia del distributore di benzina all’estremità della via.
Il nostro ristorante è una piccola costruzione in legno dipinto a striscie colorate verticali. Un po’ kitsch con le sue tovaglie di plastica e i fiori finti. Attorno a noi i tavoli sono occupati prevalentemente da giovani che parlano tra loro o che osservano la televisione appesa al muro. Sta trasmettendo un notiziario americano e la grafica mostra una tempesta tropicale che dalle coste cubane ha fatto rotta verso le Cayman e la porzione occidentale della nostra isola. Di tanto in tanto la corrente se ne va ma qui nessuno sembra farci caso.
Ordiniamo zuppa di pesce, jerk di maiale e patate fritte. Mentre aspettiamo che la grande matrona del sorriso cordiale e birichino ci serva plachiamo la sete con grandi boccali di frullato di banana.
I piatti bianchi arrivano colmi di pietanze, accompagnate da ciotole di riso e piselli. Un paio di tuoni gorgheggiano all’esterno mentre il vento fa sbattere la copertura in plastica di una finestra. Una ragazzina entra nel ristorante, completamente fradicia. La proprietaria la abbraccia, le scompiglia i capelli arruffati e le consegna un grosso involucro di carta stagnola. La giovane ringrazia sorridente e corre via di nuovo sotto l’acqua.
Paghiamo il nostro pasto e la matrona ci invita a tornare l’indomani: preparerà il suo famoso pollo speziato con crema di cocco. Si accorge che stiamo osservando il muro d’acqua che scintilla all’esterno facendosi strada tra il vento e l’aria. Ci sorride e dice: entro sera sarà sereno.
E così è.